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CATECHISMO DEGLI ADULTI

CATECHISMO DEGLI ADULTI
INDICE TEMATICO
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Catechismo degli Adulti

Presbitero 515 , 521 , 523 , 719-720 , 721 , 722 , 723-724 , 725 , 726
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[515]  Con l’andar del tempo gli apostoli avvertono la necessità di una successione: «Istituirono i vescovi e i diaconi e diedero ordine che, quando costoro fossero morti, altri uomini provati succedessero nel loro ministero»
nota
San Clemente di Roma, Lettera ai Corinzi, 44, 2.
. Essi stessi passano le consegne ai loro discepoli più fidati. Questo passaggio è documentato nelle lettere pastorali, attribuite a Paolo, in cui le comunità risultano affidate a un collegio di presbìteri, coadiuvati dai diaconi, sotto la guida di un evangelizzatore, discepolo dell’apostolo, anello sicuro di una catena destinata a prolungarsi: «Le cose che hai udite da me in presenza di molti testimoni, trasmettile a persone fidate, le quali siano in grado di ammaestrare a loro volta anche altri» (2Tm 2,2).
Poco più tardi Ignazio di Antiòchia attesta che ogni comunità, «fino ai confini della terra», è governata da un solo vescovo; anzi afferma che senza il vescovo, il collegio dei presbìteri e i diaconi, non ci può essere una vera Chiesa
nota
Cf. Sant’Ignazio di Antiochia, Lettera ai cristiani di Tralle, 3, 1; Id., Lettera agli Efesini, 3, 2.
. Poi, durante il secondo secolo, vengono compilati, per le singole Chiese, gli elenchi dei vescovi risalenti fino agli apostoli.
Da allora la struttura gerarchica della Chiesa è rimasta immutata e i vescovi presiedono le comunità come successori degli apostoli, con l’aiuto dei presbìteri e dei diaconi.
Questa linea di sviluppo offre sicuro fondamento alla dottrina cattolica, che è così sintetizzata dal concilio Vaticano II: «Per istituzione divina i vescovi sono succeduti agli apostoli quali pastori della Chiesa»
nota
Concilio Vaticano II, Lumen gentium, 20.
.
Tre gradi del ministero
[521]  Fin dai primi tempi si distinguono nella Chiesa diverse figure di pastori. Il ministero pastorale è di istituzione divina e «viene esercitato in ordini diversi da coloro che già in antico vengono chiamati vescovi, presbìteri, diaconi»
nota
Concilio Vaticano II, Lumen gentium, 28; cf. Concilio di Trento, Sess. XXIII, Dottr. Sul sacramento dell’ordine, Can. 6 - DS 1776.
.
CCC, 1554-1571
Il presbitero
[523]  «I presbìteri, pur non possedendo il vertice del sacerdozio, ma dipendendo dai vescovi nell’esercizio della loro potestà, sono tuttavia congiunti a loro nella dignità sacerdotale. In virtù del sacramento dell’ordine e ad immagine di Cristo sommo ed eterno sacerdote, sono consacrati per predicare il vangelo, pascere i fedeli e celebrare il culto divino, quali veri sacerdoti della nuova alleanza»
nota
Concilio Vaticano II, Lumen gentium, 28.
. È loro compito sia educare i singoli cristiani alla maturità della fede sia formare un’autentica comunità cristiana, come fraternità viva e unita, con una ordinata varietà di vocazioni e di servizi
nota
Cf. Concilio Vaticano II, Presbyterorum ordinis, 6.
. Consacrati per essere «premurosi collaboratori dell’ordine episcopale..., costituiscono insieme col loro vescovo un unico presbiterio»
nota
Concilio Vaticano II, Lumen gentium, 28.
, sia pure con molteplici uffici. Strettamente uniti al vescovo, «lo rendono in un certo senso presente nelle singole comunità dei fedeli»
nota
Concilio Vaticano II, Presbyterorum ordinis, 5.
e in unità con lui presiedono la santa liturgia e soprattutto l’eucaristia che è il centro del loro ministero. Attraverso la quotidiana fedeltà alla loro missione, crescono nella carità e danno testimonianza alla vicinanza di Dio, «imitando ciò che amministrano»
nota
Concilio Vaticano II, Lumen gentium, 41.
.
CdA, 723
CONFRONTAVAI
Fondamento biblico
[719]  Il ministero apostolico dei pastori viene esercitato nei tre 18-350.png diversi gradi dei vescovi, dei presbìteri e dei diaconi. L’inserimento in questa gerarchia avviene non con una semplice investitura giuridica, ma con il sacramento dell’ordine
nota
Cf. Concilio Vaticano II, Lumen gentium, 28.
.
Il rito, semplice e solenne, è costituito dal gesto di imposizione delle mani e dalla preghiera di ordinazione. Ha le sue radici nella tradizione ebraica: Mosè impose le mani a Giosuè, per farlo capo del popolo al suo posto; e all’epoca delle origini cristiane si imponevano le mani ai “rabbì” e ai capi delle comunità giudaiche della Palestina e della diaspora, per affidare l’incarico di trasmettere la legge mosaica e di guidare il popolo. Introdotto nella Chiesa, questo gesto viene a significare la trasmissione dell’ufficio di pastore con un dono particolare dello Spirito Santo, un carisma stabile, come fuoco che rimane sempre acceso e bisogna ravvivare: «Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza» (2Tm 1,6-7).
Per questo dono, Cristo è presente nei suoi inviati e continua a incontrare gli uomini, a istruirli, santificarli e guidarli: «Chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» (Gv 13,20), dice il Signore. La missione dei discepoli prolunga quella che Cristo ha ricevuto dal Padre e comporta anch’essa la presenza di colui che invia in chi è inviato
nota
Cf. Lc 10,16.
, non una semplice delega di autorità. Non un intermediario per sostituire un assente, ma un segno visibile del Signore presente, per facilitare l’incontro diretto con lui.
CdA, 511-518
CONFRONTAVAI
Il carattere sacramentale
[720]  La dottrina della Chiesa precisa che attraverso l’ordinazione, conferita dal vescovo, viene trasmesso lo Spirito Santo ed impresso il carattere; perciò chi è diventato sacerdote non può ritornare laico
nota
Cf. Concilio di Trento, Sess. XXIII, Dottr. Sul sacramento dell’ordine, Can. 4 - DS 1774.
. Il carattere proprio di questo sacramento configura a Cristo capo della Chiesa, in modo da poter agire in suo nome nell’insegnare, nel santificare, nel governare
nota
Cf. Concilio Vaticano II, Presbyterorum ordinis, 2.
. Per questo il sacerdozio ministeriale differisce essenzialmente, non solo di grado, da quello comune dei fedeli; è al servizio di esso, lo genera e lo nutre con la Parola e con i sacramenti
nota
Cf. Concilio Vaticano II, Lumen gentium, 10.
, specialmente con l’eucaristia. Viceversa differiscono di grado tra loro i tre ordini gerarchici. «Con la consacrazione episcopale viene conferita la pienezza del sacramento dell’ordine», cioè «la totalità del sacro ministero»
nota
Concilio Vaticano II, Lumen gentium, 21.
. I presbìteri sono consacrati come collaboratori qualificati del vescovo nella guida della comunità cristiana; il legame che li unisce a lui è sacramentale e non semplicemente giuridico
nota
Cf. Concilio Vaticano II, Lumen gentium, 28.
. I diaconi sono ordinati come collaboratori del vescovo per animare il servizio della Parola, dell’eucaristia e della carità in armonia con i presbìteri; non presiedono la celebrazione del sacrificio eucaristico e perciò non sono mai chiamati sacerdoti.
Secondo le preghiere consacratorie del rito di ordinazione, il vescovo è prefigurato da Mosè e Aronne e in genere dai capi e sacerdoti del popolo di Israele, a cominciare da Abramo, e soprattutto dagli apostoli; i presbìteri dai settanta saggi intorno a Mosè, dai figli di Aronne e dai collaboratori degli apostoli; i diaconi dai leviti dell’Antico Testamento e dai sette incaricati dell’assistenza nella prima comunità cristiana
nota
Cf. Lv 8Nm 8,5-2611,16-1724-26Mt 10,1-4Lc 10,117At 6,1-6. Cf. Rito dell’ordinazione del vescovo, dei presbìteri e dei diaconi, 52; 146; 230.
.
CdA, 521-524
CONFRONTAVAI
La carità pastorale
[721]  A prescindere dalla loro santità personale, i ministri ordinati rimangono rappresentanti di Cristo e agiscono validamente in suo nome a favore dei credenti, in virtù del carattere, segno della fedeltà di Dio alla sua Chiesa. Tuttavia lo Spirito Santo, ricevuto nel sacramento, mira a coinvolgere tutta la loro personalità, perché Cristo pastore e sposo della Chiesa si manifesti in essi nel modo più vivo e completo. In vario grado vale per tutti i ministri ordinati quello che Giovanni Paolo II afferma del sacerdote: «È chiamato ad essere immagine viva di Gesù Cristo sposo della Chiesa», «a rivivere l’amore di Cristo sposo nei riguardi della Chiesa sposa», e perciò ad «amare la gente con cuore nuovo, grande e puro, con autentico distacco da sé, con dedizione piena, continua e fedele»
nota
Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, 22.
.
Il Signore comunica ai suoi ministri la carità pastorale
nota
Cf. Concilio Vaticano II, Presbyterorum ordinis, 14.
, perché si uniscano a lui, morto e risorto, nel donarsi a vantaggio del gregge loro affidato, come l’apostolo Paolo: «Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa. Di essa sono diventato ministro, secondo la missione affidatami da Dio... Per questo mi affatico e lotto, con la forza che viene da lui e che agisce in me con potenza» (Col 1,24-2529).
Il celibato
[722] Per essere immagine viva di Cristo sposo della Chiesa, è molto conveniente, seppure non indispensabile, che un pastore si consacri nel celibato. Di fatto la Chiesa lo esige per i vescovi, che hanno la pienezza dell’ordine e, in occidente, anche per i presbìteri. La rinuncia al matrimonio e alla famiglia consente di seguire Cristo più da vicino, apre a un amore disinteressato e universale, rende liberi per il servizio. Ovviamente la castità del celibato esige di essere vissuta in un contesto globale di radicalità evangelica, che comprende anche l’obbedienza e la povertà nel loro significato essenziale: rinuncia al successo individuale e al possesso egoistico per l’edificazione del regno di Dio.
CdA, 520
CONFRONTAVAI
CdA 1075-1078
CONFRONTAVAI
Fraternità sacerdotale
[723]  In virtù del sacramento i presbìteri entrano in uno speciale rapporto 18-352.png di comunione con il vescovo e tra loro: «sono intimamente uniti tra loro dalla fraternità sacramentale; ma in modo speciale essi formano un unico presbiterio nella diocesi al cui servizio sono ascritti sotto il proprio vescovo»
nota
Concilio Vaticano II, Presbyterorum ordinis, 8.
. «Il ministero ordinato ha una radicale forma comunitaria e può essere assolto solo come un’opera collettiva»
nota
Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, 17.
. Al presbiterio, sotto la guida del vescovo, è affidata la Chiesa particolare diocesana, figura e presenza del mistero universale della Chiesa
nota
Cf. Concilio Vaticano II, Christus Dominus, 11.
. Ne sono membri i sacerdoti diocesani e religiosi, uniti da vincoli sacramentali
nota
Cf. Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, 17.
. Tutti i presbìteri formano una sola famiglia sacerdotale. Attraverso il sacramento Dio li costituisce fratelli e li affida gli uni agli altri.
CdA, 523
CONFRONTAVAI
Fraternità e collaborazione
[724] Primo dono che i presbìteri devono fare alla Chiesa e al mondo non è l’attivismo, ma la testimonianza di una fraternità concretamente vissuta.
Occorre innanzitutto far crescere un clima di carità nei rapporti 18-353.pnginterpersonali. Mentre gli amici si scelgono sulla base di affinità e simpatie, i fratelli si accettano così come sono. Gli atteggiamenti da coltivare sono l’attenzione continua, l’ascolto, il servizio, il perdono, la condivisione di esperienze spirituali e umane, la solidarietà economica. Con gradualità e flessibilità può essere proposta la vita comune, o almeno l’incontro frequente con varie finalità e forme.
La fraternità sacerdotale va vissuta anche come corresponsabilità e collaborazione pastorale, non solo occasionale, ma sistematica. Essendo corresponsabili con il vescovo di tutta la diocesi, i presbìteri devono evitare l’isolamento e il protagonismo individuale. L’odierna complessità della vita sociale ed ecclesiale esige una collaborazione organica a livello interparrocchiale e diocesano. Senza di essa sarebbe difficile curare la formazione dei fedeli laici, seguire le loro aggregazioni, promuoverne l’inserimento nella pastorale, impostare seriamente l’apostolato degli ambienti, come la cultura, la comunicazione sociale, la sanità, il lavoro, l’emarginazione, l’immigrazione.
Formazione permanente
[725]  La fraternità sacerdotale è anche aiuto validissimo alla formazione permanente del presbitero, esigenza e sviluppo del sacramento ricevuto. La vocazione al sacerdozio prosegue con una vocazione nel sacerdozio
nota
Cf. Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, 70.
. Il Signore chiama a concretizzare la decisione fondamentale presa, mediante scelte particolari coerenti. Vuole che i suoi rappresentanti siano pazienti costruttori di comunione, missionari appassionati, contemplativi nel ministero. Annota un santo e sapiente pastore: «Niente è così necessario a tutti i ministri della Chiesa quanto la meditazione che precede, accompagna e segue tutte le nostre azioni»
nota
San Carlo Borromeo, Secondodiscorso all’XI Sinodo (1584.
. Per ravvivare il dono ricevuto, occorre un impegno assiduo di formazione spirituale, teologica, pastorale, culturale. L’iniziativa personale di ognuno deve integrarsi con il sostegno del presbiterio diocesano e del vescovo.
Pastorale vocazionale
[726]  La fraternità sacerdotale e la formazione permanente del clero hanno un benefico influsso sulla pastorale delle vocazioni al sacro ministero. La testimonianza significativa di chi è già presbitero ne è il presupposto. Essa peraltro deve svilupparsi in una varietà di esperienze. Prima di tutto è necessaria la preghiera assidua dei singoli e della comunità cristiana, perché le vocazioni sono dono di Dio. La preghiera diventa più efficace se accompagnata dall’offerta della sofferenza e della fatica quotidiana
nota
Cf. Giovanni Paolo II,Pastores dabo vobis, 38.
. Bisogna presentare e spiegare la vita sacerdotale come forma splendida di sequela di Cristo e di vita cristiana
nota
Cf. Giovanni Paolo II,Pastores dabo vobis, 39.
; educare i ragazzi e i giovani alla preghiera personale, al silenzio, alla meditazione e all’ascolto di Dio
nota
Cf. Giovanni Paolo II,Pastores dabo vobis, 38.
; formarli al servizio gratuito, mediante forme di volontariato, motivate evangelicamente
nota
Cf. Giovanni Paolo II,Pastores dabo vobis, 40.
; proporre esplicitamente la vocazione al sacerdozio a chi ha i doni di natura e di grazia corrispondenti; aiutare nel discernimento e nella maturazione con un adeguato accompagnamento, specialmente con la direzione spirituale; eventualmente avviare al seminario, comunità ecclesiale educativa per la formazione specifica al sacerdozio ministeriale.