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CATECHISMO DEI RAGAZZI
Vi ho chiamato amici

Catechismo dei Ragazzi

Vi ho chiamato amici
Modelli di santità nella storia della Chiesa


L’imitazione di Gesù nella carità ha guidato la vita dei santi. Il segreto di questi uomini e di queste donne sta nella loro grande fede.
La Chiesa ne esalta le virtù non per separarli dagli altri, ma per dire a tutti che la chiamata ad essere santi è dono e impegno di ogni cristiano.
Nei santi si manifesta con evidenza la forza dello Spirito Santo che ha reso donne e uomini di ogni tempo testimoni di risurrezione, portatori di speranza e di carità.
La vita dei santi offre esempi concreti di come il cristiano possa vivere la Pasqua di Cristo nelle diverse situazioni.
Il loro esempio ci fa capire che lo Spirito suggerisce ad ogni cristiano modi concreti, adatti ai tempi, per seguire Gesù come discepoli.
Chi accoglie gli inviti dello Spirito, scopre occasioni continue per impegnarsi nella carità.
La storia della Chiesa è la storia della testimonianza dei suoi santi.
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La santità
dei cristiani
rende presente
nella storia
la ricchezza
inesauribile
del mistero
di Cristo.
IGNAZIO
frumento di Dio
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Ignazio, vescovo di Antiochia e successore di Pietro in quella comunità cristiana, fu condotto in catene a Roma nell’anno 107, per subirvi il martirio. Durante il viaggio scrisse tra l’altro una lettera ai cristiani di Roma, in cui riafferma con forza il suo desiderio di morire per Cristo, per essere con lui per sempre.
“Scrivo a tutte le Chiese, e a tutti annunzio che morrò volentieri per Dio, se voi non me lo impedirete. Vi scongiuro, non dimostratemi una benevolenza inopportuna. Lasciate che io sia pasto delle belve, per mezzo delle quali mi sia dato di raggiungere Dio. Sono frumento di Dio, e devo essere macinato dal denti delle fiere per divenire pane puro di Cristo. Supplicate Cristo per me, perché per opera di queste belve io divenga ostia per il Signore.
A nulla mi gioveranno i godimenti, del mondo né i regni di questa terra. E meglio per me morire per Gesù Cristo che essere re fino al confini della terra. È vicino il momento della mia nascita.
Abbiate compassione di me, fratelli. Non impedite che io nasca alla vita, non vogliate che io muoia. Non abbandonate al mondo e alle seduzioni della materia chi vuol essere di Dio. Lasciate che io raggiunga la pura luce; giunto là sarò veramente un uomo”.
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MONICA E AGOSTINO
le preghiere di una madre
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È l’anno 354. A Tagaste, villaggio dell’Africa settentrionale, in casa del pagano Patrizio, la moglie Monica, cristiana, dà alla luce un bambino, Agostino. Monica e Patrizio danno ai loro figli l’educazione comune alle famiglie del loro livello sociale. Agostino impara a leggere e scrivere, come i ragazzi del tempo, attraverso lo studio degli autori pagani e della mitologia antica.
Agostino non viene battezzato e mostra di interessarsi soprattutto agli studi di filosofia. In balia di se stesso, conduce una vita sregolata e lontana da Dio, anche se tormentata dal desiderio sincero di cercare la verità e il bene.
Nel suo libro autobiografico, Le confessioni, Agostino ci ha lasciato la descrizione realistica e cruda di questo periodo della sua vita. E nelle Confessioni egli parla più volte di sua madre, del suo coraggio e dell’aiuto che gli ha dato sulla via del ravvedimento.
Monica aveva un solo desiderio, come confiderà sul letto di morte al figlio: vederlo cristiano! Se non insisteva a forza di parole con lui, ormai adulto, insisteva con Dio nella preghiera. E attendeva con fiducia.
Agostino confessa che sono state le lacrime e le preghiere della madre che hanno ottenuto dal Signore la grazia della sua conversione. La santità e la sapienza del figlio, vescovo e maestro tra i più grandi dell’umanità, hanno premiato anche l’amore della madre. Ecco come per lei ha pregato Agostino sul letto di morte. “Dio del mio cuore, lascio da parte le azioni virtuose della madre mia, delle quali ti ringrazio con gioia, e ti prego invece per i suoi peccati. So che ella fu sempre misericordiosa, rimettendo di tutto cuore i debiti ai suoi debitori: anche tu rimetti i suoi, se ne contrasse qualcuno in tanti anni dopo l’acqua salutare del Battesimo. Condona, Signore. Tu hai promesso misericordia ai misericordiosi”.
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TOMMASO MORO
cancelliere del re e martire
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Il Rinascimento è nel suo pieno vigore in tutta l’Europa. L’Inghilterra attraversa uno dei periodi più agitati della sua storia. Il re Enrico VIII decide di divorziare dalla legittima sposa e pretende il riconoscimento dal Sommo Pontefice. Il Papa Paolo III risponde: “Non possiamo!”. Ma il re cerca ogni mezzo per fare pressione sul Papa, mentre motivi politici e interessi di parte si intrecciano e aggravano la situazione.
Cancelliere d’Inghilterra è in quel tempo Tommaso Moro, scrittore brillante e politico stimato. Tommaso è cattolico esemplare: sposo, padre di quattro figli, all’apice della carriera, amico personale del re, non dubita di dire di no al suo sovrano, che pretende da lui che rinneghi la fedeltà al Papa. È l’unico, tra i dignitari del re, a rifiutare il compromesso.
Enrico VIII cerca di lusingarlo; poi lo processa per vilipendio al re, lo fa imprigionare nella Torre di Londra e lo fa decapitare, privando la famiglia di tutti i beni (6 luglio 1535).
Tommaso Moro usava aprire la giornata con l’Eucaristia. Anche da Cancelliere cantava frequentemente nel coro e serviva la messa nella chiesa parrocchiale di Chelsea. Dinanzi al tribunale del re che lo giudicava, mantenne un rigoroso silenzio.
Pronunziata la condanna, disse: “Non sono tenuto a sottomettere la mia coscienza ad un Consiglio nazionale, in contrasto con la cristianità”. Inflessibile nell’affermare la verità sino alla morte, seppe perdonare i suoi giudici: “Io credo veramente, e per questo pregherò di cuore che, sebbene le vostre eccellenze siano state in terra giudici della mia condanna, potremo, nell’aldilà, in paradiso, tutti incontrarci per la nostra salvezza eterna”. Nella Torre di Londra, in attesa della esecuzione capitale, conversando con la figlia Margaret, le diceva: “Non turbarti mai per qualsiasi cosa mi possa accadere in questo mondo. Nulla accade che Dio non voglia, e io sono sicuro che qualunque cosa avvenga, per quanto cattiva appaia, sarà sempre il meglio”.
Tommaso aveva messo la sua professione di avvocato e i suoi beni a servizio dei poveri, di orfani e di vedove, di ammalati. L’ultimo suo servizio, il più autentico, lo ha reso quando ha saputo rinunciare a tutto, ai beni, alla famiglia e alla vita, per affermare i diritti della Verità.
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LUISA DE MARILLAC
serva dei poveri
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Una parrocchia di città, nella Francia aristocratica del 1600. Un giovane parroco, che non ha paura di prendere sul serio il Vangelo. Bussano un giorno alla sua porta alcuni straccioni malati, abbandonati da tutti. Monsieur Vincent dà loro un aiuto generoso; ma poi pensa: “Oggi questi poveretti avranno più del necessario, ma fra qualche giorno saranno di nuovo nel bisogno. Così non può andare”.
Da questa intuizione nasce l’idea di una confraternita di signore per assistere tutti gli ammalati poveri della parrocchia: le prime Dame di carità fondate da san Vincenzo de’ Paoli. Una di queste, Luisa di Marillac, una giovane vedova di grande intelligenza e Spirito di iniziativa, trova nella carità la risposta ai suoi dubbi e alle sue angosce e diventa con san Vincenzo la fondatrice delle Figlie della Carità, una schiera di giovani donne, interamente consacrate a servire i poveri, i malati, i bambini. Il 26 novembre 1660, alla morte di Luisa, saranno un esercito, in tutta la Francia e anche al di fuori dei suoi confini.
Tra lo scandalo di parenti e conoscenti, insieme con le compagne Luisa si reca nei sobborghi a cercare i poveri, gli accattoni, gli ammalati. Li assiste personalmente con la tenerezza di una sorella.
Le Figlie della Carità si prendono cura dei galeotti, imprigionati per finire ai remi delle galere reali; raccolgono i bambini abbandonati, chiamati fin da allora trovatelli; si dedicano a raccogliere fondi per riscattare gli schiavi di Algeria e Tunisia; aprono ricoveri per malati e per vecchi.
Luisa e le sue compagne sono nella storia le prime suore a non vivere dietro una grata nel chiuso di un convento. È una novità inaudita. È dunque possibile anche a delle donne consacrarsi a Dio e andare per i tuguri facendosi serve dei più umili?
A loro Monsieur Vincent diceva: “Voi avete per monastero le case degli ammalati, per cella una camera in affitto, per cappella la chiesa parrocchiale, per chiostro le vie della città; per clausura l’obbedienza, per grata il timor di Dio, per velo la modestia”.
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PIETRO CLAVER
schiavo degli schiavi
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Studente universitario a Barcellona, in Spagna, decide di entrare nella Compagnia di Gesù, come missionario.
Inviato in America Latina, nel 1615 è a Cartagena, territorio infestato dalla malaria. Subito si dedica agli schiavi, per la maggior parte negri, e fin dall’inizio fissa il suo programma di vita e comincia a firmarsi: “Pietro Claver, schiavo degli schiavi negri per sempre”.
La tratta dei negri è fra le pagine più vergognose della storia dell’Occidente.
Strappati con violenza alle loro terre d’Africa, uomini, donne e bambini erano trattati come merce, spesso seviziati, sfruttati come bestie da lavoro, fino al termine della resistenza fisica. La lotta per la loro liberazione, contro gli enormi interessi dei mercanti e dei padroni, doveva essere lunga e dura.
Padre Pietro va a curare e a lavare personalmente i malati allo sbarco, apre ospedali per gli schiavi ammalati, e non si accontenta: porta loro il Vangelo, perché diventi scintilla di liberazione e di redenzione.
Ma gli schiavi sono quasi tutti analfabeti e parlano cento lingue diverse! Padre Pietro si mette allora a dipingere cartelloni colorati, fino a formare una vera Bibbia dei poveri.
Si circonda di un gruppo di amici, che gli fanno da interpreti per le varie lingue.
Nutre, cura, conforta, ma soprattutto dà affetto, risveglia in ciascuno il senso della propria dignità, rivela la libertà dei figli di Dio. Resta a Cartagena quasi quarant’anni, fino alla morte (1654). La sua opera continuerà nella “Società di san Pietro Claver per la liberazione degli schiavi”.
La Chiesa lo addita ad esempio di eroismo cristiano, proclamandolo santo. Non esiste situazione tanto disumana dove un cristiano, disposto a spendere la sua vita, non possa diventare luce di speranza, germe di autentica rivoluzione.
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TERESA DI LISIEUX
la piccola via della santità
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L’audacia della santità e della testimonianza, talvolta, quasi ci spaventa. Sembra un fatto riservato a persone straordinarie. Eppure la chiamata alla santità e il dovere della testimonianza sono per tutti nella Chiesa.
Una ragazza francese, entrata a 15 anni nel Carmelo e morta ad appena 24 anni, senza aver fatto nulla apparentemente di straordinario, è additata ai cristiani quale esempio di santità ed è stata proclamata patrona delle missioni. È santa Teresa di Lisieux (1873-1897). I suoi scritti rivelano la disponibilità e la semplicità con cui Teresa accoglie la chiamata alla santità e per quale via la realizza. “Io ho sempre desiderato di farmi santa, ma ho sempre constatato, ahimè!, nel paragonarmi ai santi, che tra loro e me vi è la stessa differenza che esiste tra una montagna, la cui cima si perde nelle nuvole, e il granello di sabbia scura calpestato dai passanti”.
Ma invece di scoraggiarmi, mi sono detta: Il Signore non potrebbe ispirare desideri irrealizzabili; malgrado la mia piccolezza, io posso dunque aspirare alla santità. Farmi grande, è impossibile; devo sopportarmi così come sono, con tutte le mie imperfezioni; ma voglio cercare il mezzo di andarmene in paradiso per una piccola via proprio dritta, corta corta, una piccola via tutta nuova... Allora ho cercato nelle Scritture e ho letto queste parole uscite dalla bocca della Sapienza Eterna: “Se qualcuno è molto piccolo, venga a me. Perciò non ho affatto bisogno di diventare grande, occorre al contrario che io rimanga piccola, che lo diventi sempre di più”.
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