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CATECHISMO DEI GIOVANI
Venite e vedrete

Catechismo dei Giovani

Venite e vedrete
Non è bene che l’uomo sia solo


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In principio Dio creò i cieli, la terra, il mare, le piante e ogni essere vivente: tutto era buono (Gen 1). Creò l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché godesse di tutte le cose buone che aveva preparato per lui (Gen 2).
Alla vista dell’uomo, dalla bocca del Creatore esce un’esclamazione: "Non è bene che l’uomo sia solo" (Gen 2,18). L’uomo non è creato per la solitudine, ma per l’incontro, il dialogo, la comunione.
A immagine di Dio
"Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza", aveva detto Dio. E così è stato: "Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò" (Gen 1,26-27). Per questo non è bene che l’uomo sia solo: perché egli è immagine e somiglianza di Dio, che è comunione e amore.
Dio non soffre di solitudine e non crea l’uomo per avere qualcuno che lo ami. Lo crea per effondere su di lui il suo amore. La solitudine dell’uomo non viene soltanto lenita da Dio, ma vinta, perché il Creatore soffia nel cuore dell’uomo il suo Spirito, la sua stessa capacità di amare: si esce dalla solitudine non chiedendo amore, ma donandolo.
"Non è bene che l’uomo sia solo": è bene che l’uomo sia comunione, capace di amore maturo da donare a qualcuno, nel quale riconoscersi, come Dio si riconosce nell’uomo.
Raccontando la creazione dell’uomo, la parola di Dio ne annuncia la vocazione: l’uomo è nato come opera e immagine dell’amore divino, che chiama alla vita per potersi donare, per rendere altri partecipi della felicità che viene dalla comunione.
Maschio e femmina li creò
Il fatto stesso che si nasca o uomini o dorme dice il nostro limite: non bastiamo da soli, non bastiamo a noi stessi, ma siamo fatti per l’altro, per l’incontro, per il dialogo. Dice però anche la nostra grandezza: l’incontro è possibile, è possibile uscire dalla solitudine e amare. In questo incontro siamo anche portatori di un dono specifico: essere uomo e essere donna costituiscono due modalità di amare, di pensare, di agire, che chiedono complementarità e sono vicendevole ricchezza. Esistiamo con un corpo, nella condizione di maschi o femmine: non possiamo prescindere dalla sessualità. Essa dice per quale fine è stato creato l’uomo, ma non lo esaurisce. L’uomo e la donna non sono stati creati per riprodursi, senza orizzonti, ma per amare e donare la vita.
Viviamo in una cultura che tende a un doppio eccesso. Da una parte esalta la sessualità per se stessa, quasi fosse capace da sola di colmare il vuoto e la solitudine che ci angosciano. Dall’altra relativizza la sessualità fino a banalizzarla, non riconoscendo in essa un appello a una comunione più profonda, valutando come indifferente questo o quel comportamento a suo riguardo. La Bibbia ci aiuta a dare un significato autentico alla sessualità umana: da essa non possiamo prescindere, ma non si esaurisce in se stessa e rimanda ad una comprensione più totale della persona, della vita e delle relazioni umane. Essa porta con sé una rivelazione e un appello.
La narrazione della creazione dell’uomo e della donna nel capitolo 2 del libro della Genesi ricorre a un’immagine: "Il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo" (Gen 2,21-22). Un fatto che avviene nel sonno allude, nel simbolismo biblico, a un mistero: non una realtà incomprensibile, ma qualcosa che va oltre i sensi e attinge alle profondità dell’uomo e al divino, mai del tutto traducibile e, soprattutto, che a nessuno è lecito banalizzare.
In seguito al peccato, quando l’uomo e la donna vogliono appropriarsi del mistero – diventare "come Dio" (Gen 3,5) –, il testo biblico afferma che si "aprirono gli occhi a tutti e due e si accorsero di essere nudi" (Gen 3,7). Ad occhi aperti, cioè fuori dal contesto di mistero che le è proprio, la differenza sessuale diventa esperienza di limite, di minaccia, di nudità che suscita timore. Isolata dal suo rimando a Dio, dal suo significato "misterioso", essa diventa il luogo primo in cui si manifesta la solitudine e la povertà dell’uomo lasciato a se stesso.
CCC nn. 355-373CCC 2331-2336CdA nn. 366-367CdA 1043-1051
Nella sessualità
una rivelazione
e una vocazione
"A immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò" (Gen 1,27). Per i credenti, trovarsi nella condizione di uomini e donne è anzitutto rivelazione di Dio stesso: egli è comunione. È quindi anche rivelazione dell’uomo: non bastiamo a noi stessi, ma siamo fatti per un rapporto, per stabilire relazioni. Dio ha creato l’uomo a sua immagine non per abbandonarlo nel giardino di Eden, ma per stabilire un dialogo, un rapporto con lui. Anzi, ancor di più, per condurlo a partecipare alla stessa comunione che unisce il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
"Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: "Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa"" (Gen 2,22-23). L’uomo esulta al vedere la donna, perché in lei riconosce la possibilità dell’amore, che solo può riempire la vita, mentre non lo possono tutte le altre creature (Gen 2,20). C’è in questa esperienza un mistero che si rivela. Tutto in noi invita a non chiuderci in noi stessi, a metterci in dialogo. Perfino i nostri corpi disegnano questo invito all’incontro, alla complementarità, alla comunione.
Insieme scopriamo che questa rivelazione porta con sé un appello, una vocazione. "Dio è amore e vive in se stesso un mistero di comunione personale di amore. Creandola a sua immagine..., Dio inscrive nell’umanità dell’uomo e della donna la vocazione e quindi la capacità e la responsabilità dell’amore e della comunione" (Giovanni Paolo Il, Familiaris consortio, 11). Creando l’uomo, Dio ha lasciato in lui traccia di un progetto e quindi un invito: vivere a somiglianza di Dio, cioè nel dialogo, costruendo comunione tra gli uomini, verso la comunione definitiva con lui. "Non è bene che l’uomo sia solo", perché chi è chiuso in se stesso rinuncia a essere immagine di Dio che è Trinità.

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