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CATECHISMO DEI GIOVANI
Venite e vedrete

Catechismo dei Giovani

Venite e vedrete
Lasciatevi riconciliare


(vedi pure )
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Il cammino battesimale, pur animato e sostenuto dall’Eucaristia, resta sempre fragile. Il credente ha sempre la possibilità di scandalizzarsi del vangelo e di allontanarsi dal Signore.
In questo contesto di peccato, il sacramento della Riconciliazione ha lo scopo di riaccendere in noi l’amore di Dio e di riportarci pienamente a lui. Per questo riorientamento non basta ammettere di aver sbagliato e chiedere perdono: è necessaria una trasformazione profonda, che solo Dio può compiere in noi. Al cuore del sacramento della Riconciliazione non sta l’uomo e il suo tentativo, a volte amaro, di un bilancio della vita; sta, invece, l’amore di quel Dio che ci chiama e ci conduce lungo un cammino di santità.
Anche nella celebrazione di questo sacramento i credenti sperimentano difficoltà e incertezze. Non pochi di coloro che vivono normalmente l’incontro con Cristo nell’Eucaristia hanno perso il riferimento alla Riconciliazione. E anche qui i motivi sono tanti: dalla pigrizia che porta a rimandare continuamente la confessione alla difficoltà di esprimersi con sincerità ad un sacerdote, dalla perdita del senso del peccato alla mancanza di fede e di speranza nella possibilità di cambiare vita.
Eppure sappiamo bene cosa vuol dire essere perdonati, o poter ristabilire un rapporto di amore, o ricominciare da capo senza perdere la stima degli altri... Tutto questo ci chiede di uscire dal nostro isolamento, dal nostro ripiegamento ed aprirci al dono che ci viene dall’alto, per mezzo della Chiesa.
Gesù, il volto della misericordia di Dio
Gesù con la sua parola, i suoi gesti, tutta la sua vita ha manifestato la misericordia e il perdono di Dio verso i peccatori. Egli è venuto per liberarci dalla schiavitù del peccato (Gv 8,34-36) e per condurci "dalle tenebre alla sua ammirabile luce" (1Pt 2,9)
L’evangelista Marco sottolinea come Gesù abbia iniziato la sua missione invitando alla penitenza e alla conversione, nell’accoglienza della buona notizia della misericordia di Dio: "Convertitevi e credete al vangelo" (Mc 1,15). Gesù, tuttavia, non chiama solo alla conversione: accoglie i peccatori, li riconcilia con il Padre, compie gesti di perdono e di salvezza, dona la sua vita e risorge per la nostra riconciliazione.
Agli apostoli e alla comunità dei discepoli – essi stessi, per primi, peccatori perdonati – egli affida la missione di portare a tutti i segni della misericordia e del perdono: "Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi" (Gv 20,22-23). Come Gesù, anche la Chiesa continua a chiamare gli uomini alla conversione dal peccato, a manifestare la misericordia di Dio e a celebrarla nei sacramenti. Essa stessa è consapevole di essere chiamata a percorrere un costante cammino di conversione e penitenza, illuminata dalla parola di Dio e sorretta dalla grazia dei sacramenti, con il dono dello Spirito.
La celebrazione del Battesimo e dell’Eucaristia già fa risplendere, in modo proprio e fondamentale, la vittoria di Cristo sul peccato e il dono della riconciliazione, che la Chiesa, per mandato di Cristo, celebra nel sacramento della Penitenza o Riconciliazione.
Questo sacramento – nelle differenti forme liturgiche in cui la Chiesa lo ha celebrato nella storia e oggi lo celebra – è l’espressione più efficace di quel processo o cammino di conversione e di riconciliazione a cui tutti nella Chiesa siamo chiamati: celebrazione e confessione, sempre e anzitutto, della misericordia e del perdono di Dio, capace di trasformare e guarire il nostro cuore, le nostre relazioni, le nostre situazioni segnate dal peccato.
Dopo il Battesimo, il sacramento della Penitenza è il segno e lo strumento perché il dono della grazia e della riconciliazione della Pasqua di Cristo vincano il nostro peccato. "Acqua e lacrime non mancano alla Chiesa: l’acqua del Battesimo e le lacrime della Penitenza" (Sant’Ambrogio, Lettere, 41, 12).
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Il perdono
nella comunità
e mediante essa
Il sacramento della Riconciliazione non ha nulla di sorprendente, se si fa attenzione alle modalità costanti dell’azione salvifica di Dio e alla concezione cristiana del peccato e del perdono. Il peccato ha sempre una direzione verticale, raggiunge Dio, e al tempo stesso comunitaria, coinvolge la comunità.
La Bibbia sa molto bene che il peccatore non può colpire Dio direttamente: "Se pecchi, che gli fai?", viene chiesto a Giobbe a riguardo di Dio (Gb 35,6). Ciononostante è ugualmente vero che il peccato raggiunge Dio, perché Dio è divenuto vulnerabile in forza del suo amore per l’uomo. Davide ha commesso una grave ingiustizia contro un uomo, eppure esclama: "Contro dite, contro te solo ho peccato" (Sal 51,6).
La vulnerabilità di Dio ha raggiunto il suo vertice nell’incarnazione: il Figlio di Dio si è fatto uomo, ha dato se stesso per gli uomini e si è identificato con ogni uomo. Di fronte alla Croce di Gesù il "contro te solo ho peccato" del salmista assume un significato molto concreto.
Nella concezione cristiana il peccato – qualunque peccato – va oltre l’individuo e raggiunge la comunità, mortificandola, impedendole di essere quale dovrebbe essere. Il peccato ferisce la Chiesa all’interno e all’esterno: all’interno, perché costituisce un motivo di scandalo per i fratelli, e soprattutto perché mortifica la vita della stessa comunità, impedendole di produrre quei frutti di santità ai quali è chiamata; all’esterno, perché oscura la visibilità della Chiesa, impedendole di essere "un segno innalzato fra le nazioni" (Ad gentes, 36; si veda Is 11,12), mortificandola nel suo compito di essere la "trasparenza" di Dio.
E come il peccato ha una dimensione ecclesiale, così anche il perdono di Dio. Dio ci perdona singolarmente, uno ad uno, ma sempre nella Chiesa e tramite la Chiesa. Questo non soltanto perché il perdono è un ritorno alla Chiesa oltre che a Dio, ma perché la misericordia di Dio, come ogni altra sua azione di salvezza, raggiunge i singoli uomini nella comunità e attraverso la comunità.
Si comprende, a questo punto, che il sacerdote è ministro del perdono in nome di Cristo proprio nella sua qualità di ministro della comunione ecclesiale. Perciò egli non è mai solo: in lui è Cristo che perdona, mentre è rappresentata, e impegnata, l’intera comunità ecclesiale.
Si comprende anche perché la celebrazione del sacramento della Riconciliazione non sia mai esclusivamente individuale, ma sempre comunitaria. Questo aspetto viene messo particolarmente in luce nella forma di celebrazione comunitaria del sacramento proposta dal rito per la riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione individuale.
Coscienza
del peccato
e attesa
della misericordia
Se il sacramento della Penitenza o Riconciliazione ha un significato così ricco e importante per l’esperienza cristiana, come mai esso viene da tanti trascurato oppure celebrato in modo inadeguato? Abbiamo già visto che le cause possono essere numerose, ma alla base si avverte la necessità, alla luce della fede, di un’educazione a una più corretta coscienza del peccato e di una formazione ai diversi momenti e atteggiamenti che costituiscono un autentico cammino di riconciliazione.
C’è chi considera peccato solo gli atti contro il prossimo, e allora si domanda: perché devo chiedere perdono a Dio? Chi pensa così, non ha compreso la dimensione più profonda del peccato, cioè il suo riferimento a Dio. Anche se direttamente contro il prossimo, il peccato ha sempre una direzione verticale.
E c’è chi coglie la direzione verticale del peccato, ma proprio per questo considera il perdono un fatto privato, fra lui e Dio: non basta chiedere perdono a Dio con sincerità? perché confessare i propri peccati a un uomo? Chi ragiona così, non ha compreso la dimensione ecclesiale del peccato, di ogni peccato.
Dietro le due ragioni indicate, certo importanti, c’è un fattore ancor più grave: in molti si è attenuato il senso stesso del peccato. Le cause sono più d’una. La prima è che ci sentiamo meno facilmente peccatori, perché ci sentiamo meno facilmente liberi. Psicologi, psicanalisti e sociologi parlano spesso dei condizionamenti ambientali e dei complessi psicologici che incidono sulla responsabilità dei nostri atti e pensieri. Tutti siamo allora inclini a sentirci vittime più che colpevoli: vittime degli altri e della società, di carenze educative, di genitori che non ci comprendono, di amici che ci deludono, del sistema nervoso, della stanchezza e così via. Proprio perché vittime, ci sentiamo in diritto di esigere cure e sollievi, più che sentirci debitori di un’umile confessione. Così ci si allontana dalla confessione; o si cerca in essa conforto e umana comprensione da parte di un prete, non il perdono di Dio.
Una seconda causa per cui ci sentiamo meno facilmente peccatori, è il secolarismo, che è entrato nel tessuto della nostra mentalità e della nostra vita. Ci si chiede come possa interessare a Dio questo o quel gesto della nostra vita quotidiana. Tutto diventa lieve o addirittura innocente: gli interessi sono interessi, gli affari sono affari, la vita ha le sue esigenze; per quanto poi riguarda il sesso, si dice che occorre sbarazzarsi di antichi complessi e tabù frustranti.
Un’ulteriore possibile causa di allontanamento dal sacramento della Penitenza, specialmente da una sua celebrazione frequente, è la diffusa convinzione che il peccato mortale sia cosa rara. Ma è proprio così? C’è il rischio di non cogliere in noi una certa condizione complessiva, che, al di là dei singoli peccati, si configura come condizione di incredulità pratica. Se sapessimo sinceramente pentirci e avvertire il bisogno del perdono di Dio per le nostre colpe quotidiane, scorgendo in esse la manifestazione obiettiva di una reale incredulità che sempre ci minaccia, probabilmente ritroveremmo più ovvio e naturale il ricorso alla confessione sacramentale pure quando essa non è rigorosamente indispensabile.
Una più avvertita coscienza di peccato e la consapevolezza della misericordia di Dio e della gratuità del suo perdono sono certamente alla base di un cammino penitenziale e della stessa celebrazione del sacramento della Riconciliazione.
Il cammino
della
riconciliazione
Il rito della Penitenza presenta gli elementi richiesti per la celebrazione del sacramento: l’ascolto della Parola che apre alla fiducia nella misericordia di Dio e al riconoscersi peccatori bisognosi di perdono; la contrizione, ovvero il dolore del peccato e il proposito di una vita nuova; la confessione delle colpe, nella sua componente di esame della coscienza e di accusa dei peccati; la soddisfazione, come emendamento della vita e riparazione dei danni arrecati; l’assoluzione, con cui Dio comunica mediante la Chiesa il suo perdono. Da questi elementi possiamo ricostruire le condizioni per fare una buona confessione, ossia un vero e proprio itinerario penitenziale, che la tradizione catechistica, a sua volta, è solita indicare pedagogicamente in cinque tappe: l’esame di coscienza, il dolore dei peccati, il proposito di non più commetterne, l’accusa dei peccati e la soddisfazione o penitenza.
L’esame di coscienza non è un confronto con se stessi né con gli altri, ma con la parola di Dio. Confrontandosi con se stesso e con i propri ideali l’uomo può certo scoprire le proprie incoerenze, ma questo non è ancora la piena consapevolezza del peccato come offesa di Dio. La coscienza di essere peccatori è dono di Dio. Tra senso di colpa e senso del peccato vi è una grande differenza. Il senso del peccato si fa chiaro nell’ascolto della Parola, all’interno di una autentica esperienza di fede. Adamo diviene consapevole del suo peccato all’avvicinarsi dei passi di Dio (Gen 3,8). Il profeta Isaia prende coscienza della sua impurità nella visione del Signore (Is 6,5). È quando intuisce la verità di Gesù, che Pietro si scopre peccatore (Lc 5,8); e così accade pure a Zaccheo (Lc 19,8). Quando è folgorato da Cristo, Paolo percepisce il suo stato di tenebre (At 9,1-9). Solo alla luce della Parola l’esame di coscienza conduce alla vera comprensione di sé e di Dio o, meglio, alla vera comprensione di sé davanti a Dio.
Il dolore dei peccati e il proposito di non più commetterne, come sottolinea il rito della Penitenza, sono strettamente congiunti: il secondo è la sincerità del primo. Possiamo dire che formano un unico atto, che, tra quanto è chiesto al penitente, occupa il primo posto. Il pentimento per i propri peccati non è la semplice delusione o il rammarico di avere sbagliato, ma il dispiacere di aver offeso il Signore, rifiutando il suo amore. Di qui nasce la domanda del perdono e il proposito di cambiare vita. Domanda e proposito che, però, non fanno soprattutto affidamento sulla sincerità della nostra volontà – che pure deve essere piena e totale – ma sulla bontà e sulla forza del Signore.
La confessione dei peccati davanti alla comunità, ossia al ministro che agisce in nome di Cristo e rappresenta la comunità, è un gesto con cui il peccatore esce da sé, dal suo rapporto individuale con Dio, e sottopone il proprio caso alla Chiesa. È un gesto con il quale riconosce che il peccato e la misericordia hanno un legame con la Chiesa. Ed è un gesto che al tempo stesso dice dipendenza e fiducia: prima che confessione dei peccati è confessione gioiosa dell’amore di Dio che perdona.
Con l’assoluzione del sacerdote il cammino della riconciliazione raggiunge il suo punto più alto. È la risposta della Chiesa al peccatore che manifesta il suo desiderio di conversione, una risposta che è il segno visibile del perdono di Dio. Il perdono di Dio ci restituisce a noi stessi e alla nostra libertà. È molto più di un semplice perdono fra uomini: il perdono di Dio rinnova e ricrea. Giustamente, nella sua domanda di perdono, il salmista dice al Signore: "Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo" (Sal 51,12). Il peccato è profondamente radicato nel cuore dell’uomo. Non basta che Dio lo dimentichi: l’uomo ritornerebbe immediatamente al suo peccato. Occorre un perdono che operi una trasformazione, una nuova creazione. Non basta la bontà di Dio: occorre la sua potenza creatrice, la sua grazia.
C’è poi l’attuazione della soddisfazione o penitenza, un gesto che contribuisca a purificare la nostra esistenza e che in qualche modo sia ricerca di riparare il danno arrecato ai fratelli con il nostro peccato. Accettandola dal sacerdote, manifestiamo la nostra adesione alla comunità e la coscienza di averla offesa. Essa è un segno, ma già nella sua semplicità si propone come primo passo di un impegno a entrare sempre più nel mistero della salvezza. Non è pagare un debito, ma l’espressione concreta della volontà di rimediare al peccato e di entrare in un dinamismo di vita nuova.
La celebrazione della Riconciliazione è esperienza forte di accoglienza: di Dio nella sua misericordia senza limiti, della Chiesa come comunità di fratelli e sorelle riconciliati in Cristo, di noi stessi e degli altri. È una esperienza che trova fondamento ed espressione nelle parole della preghiera che Gesù ha insegnato ai suoi discepoli, con la quale chiediamo al Padre che sia perdonato a noi come noi perdoniamo (Mt 6,12). La celebrazione della Riconciliazione è un momento di libertà e di festa: "Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione" (Lc 15,7).
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