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CATECHISMO DEI GIOVANI
Venite e vedrete

Catechismo dei Giovani

Venite e vedrete
Erano un cuore solo


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L’uomo nuovo in Cristo non è mai solitario. L’esistenza Cristiana ha sempre una Connaturale dimensione Comunitaria. La persona e la Comunità sono inseparabili: "Noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo Corpo" (1Cor 12,13).
La Comunità non si aggiunge Come un di più alla nostra personale vita cristiana, ma vi si intreccia profondamente, tanto che "non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per madre" (San Cipriano di Cartagine, L’unità della Chiesa cattolica, 6). Un cristiano da solo non è in alcun modo cristiano. Bisogna veramente ringraziare il Signore per la crescente attenzione e sensibilità ecclesiale oggi. Anche se non mancano diffidenze e problemi, sono sempre di più coloro che non vedono nella Chiesa un’istituzione che mortifica, ma lo svelarsi del mistero di Cristo nella storia.
La Chiesa delle origini – nella sua vita e nella sua fede, ma anche nelle sue difficoltà e nei suoi problemi – rappresenta lo specchio nel quale la comunità cristiana di ogni epoca è invitata a specchiarsi. Nel libro degli Atti degli Apostoli Luca traccia il cammino delle prime comunità per ricordare ai cristiani che il Signore, non più presente in forma terrena e visibile, continua però a essere presente nella Chiesa. Qui lo si incontra: in questa Chiesa storica, fatta di uomini deboli e peccatori, ma forte dello Spirito che le è donato. Fra il tempo di Gesù e il tempo della Chiesa non c’è rottura, ma continuità
La Chiesa di Gerusalemme:
Parola, comunione, preghiera ed Eucaristia
Luca ci ha raccontato che a Pentecoste, dopo il discorso di Pietro, si convertirono circa tremila persone. È il primo nucleo della Chiesa, che si struttura attorno a una triplice perseveranza (At 2,42-48).
La prima è l’ascolto della Parola: "Brano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli" (At 2,42). Non c’è crescita cristiana né alcun rinnovamento senza un costante ascolto della parola del Signore. L’annotazione di Luca ce ne indica le condizioni principali, pena l’inutilità.
I cristiani di Gerusalemme erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli: dunque non un ascolto episodico e frammentario, ma costante e sistematico. E si trattava, inoltre, di un ascolto comunitario: non, quindi, una ricerca individuale o lasciata allo spirito dei singoli o dei gruppi, ma una ricerca condotta insieme, corale, sottomessa all’autorità degli apostoli.
È la presenza degli apostoli che garantisce la continuità fra Gesù e la comunità. La fedeltà alla tradizione è una struttura fondamentale della vita della comunità fin dall’inizio. La frammentarietà nell’ascolto della Parola non porta a nulla, come non porta a nulla, ma addirittura disperde anziché edificare, un ascolto che privilegia l’interpretazione personale a scapito dell’interpretazione della Chiesa.
La seconda perseveranza è la "comunione fraterna". Il termine greco che Luca utilizza, "koinonìa", non indica semplicemente una unità in Cristo, una comunione interiore, nella fede, bensì anche i comportamenti concreti, cioè il modo di agire e di pensare, che da quell’unità scaturiscono. La fraternità dei primi cristiani non si riduceva ai momenti assembleari o cultuali, ma si estendeva a tutta la vita e coinvolgeva i rapporti quotidiani.
È appunto su questo che Luca sembra insistere, ripetendo che "ogni cosa era fra loro comune" (At 2,43), "chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti" (At 4,34), ed erano "un cuore solo e un’anima sola" (At 4,32). Queste espressioni non vanno intese nel senso di un’abolizione della proprietà privata, e nemmeno nel senso di una spoliazione dei beni come condizione necessaria per far parte della comunità, come è ad esempio oggi il voto di povertà nelle comunità religiose. L’episodio di Anania e Saffira (At 5,1-11) testimonia che si trattava di un gesto libero; nasceva spontaneamente dal sentirsi figli dell’unico Padre e salvati dallo stesso Gesù.
Luca precisa poi che i beni messi in comune venivano distribuiti "a ciascuno secondo il bisogno" (At 4,35). L’ideale perseguito non è precisamente la povertà, la rinuncia ai beni terreni, ma piuttosto la carità: non si può tollerare che vi siano fratelli nell’indigenza. E l’espressione "un cuore solo e un’anima sola" dice l’interiorità e la totalità della persona. Tutta la persona, a partire dal suo centro e dalle sue radici, deve protendersi nella fraternità. L’attenzione ai fratelli bisognosi, sia pure in forme diverse, è una struttura essenziale per la Chiesa di ogni tempo.
La terza perseveranza che Luca ci propone è l’assiduità nelle preghiere e nella frazione del pane: "Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa" (At 2,46). Anche qui il tratto che Luca sottolinea è la costanza: ogni giorno.
I primi cristiani di Gerusalemme si sentivano ancora legati al popolo d’Israele, alla sua liturgia e alle sue feste, e per questo frequentavano il tempio. Ma contemporaneamente si sentivano diversi, e celebravano l’Eucaristia nelle loro case.
Luca non si dilunga nel descrivere queste celebrazioni, ne sottolinea però la semplicità e la gioia, e questo ci fa capire che si trattava di celebrazioni ricche non soltanto di fede, ma anche di fraternità e di calore umano: "Spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore" (At 2,46). È la gioia di aver trovato il Signore e di aver trovato una comunità. È l’attuazione delle due profonde vocazioni dell’uomo: la comunione con Dio e con i fratelli.
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Tensioni e unità
nella comunità
Anche la comunità di Gerusalemme ha avuto problemi e tentazioni. È facile illudersi di fare comunione in Cristo, mentre in realtà si è uniti perché si appartiene alla stessa razza, si proviene dalla stessa educazione, si ha la stessa mentalità. Questo accade anche alla comunità di Gerusalemme.
Quando entrano a far parte della comunità gli "ellenisti", sorgono i primi attriti: "Sorse un malcontento fra gli ellenisti verso gli ebrei, perché venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana" (At 6,1). Gli ellenisti erano ebrei provenienti dalla diaspora e la loro lingua abituale era il greco. Rispettavano la legge di Mosè, ma la osservavano in maniera meno rigida degli ebrei di Gerusalemme. La provenienza dal mondo ellenistico li rendeva aperti alle suggestioni religiose proprie di ambienti periferici dell’ebraismo. Fra loro e gli ebrei di Gerusalemme non c era sempre accordo. Così è anche nella comunità cristiana.
In superficie il malcontento degli ellenisti è motivato dal trattamento riservato alle loro vedove nel quadro dell’assistenza comunitaria. Ma, probabilmente, la ragione del dissidio era più profonda: gli ellenisti avrebbero preferito una presa di distanza più decisa nei riguardi della legge di Mosè e del tempio. Sono appunto queste le due accuse che gli ebrei rivolgeranno a Stefano.
Di fronte al malcontento serpeggiante, gli apostoli affidano l’organizzazione caritativa a persone di fiducia, il gruppo dei "sette", ma riservano a sé il compito prioritario della preghiera e della Parola.
Questa decisione di riservarsi la Parola e la preghiera è molto significativa. E una scelta che non si pone a lato del problema, ma va diritta al suo centro. Inventare un’organizzazione adatta per risolvere un conflitto è importante, ma il vero problema è più in profondità. Gli apostoli hanno capito che il superamento della divisione va cercato nella fede e nella preghiera. L’unità si realizza attorno alla Parola ed è dono di Dio. Resta inoltre esemplare un fatto: i cristiani di Gerusalemme non hanno cercato l’unità nel prevalere di un gruppo sull’altro, ma in un confronto comune e con la Parola.
In Samaria:
l’annuncio
del vangelo
in cammino
nel mondo
La Chiesa non può fermarsi a Gerusalemme. Il Signore le ha indicato un compito: "Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra" (At 1,8). Gesù ha tracciato alla sua Chiesa un cammino, non una città in cui sistemarsi.
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I primi missionari furono appunto gli ellenisti. Cacciati da Gerusalemme, dopo il martirio di Stefano, si trasformano in missionari, predicano in Samaria (At 8,1-25), si spingono lungo le coste della Fenicia, a Cipro e ad Antiochia (At 11,19). Protagonista della missione in Samaria è Filippo. È lui che per la prima volta porta il vangelo a gente ritenuta esclusa e diversa, i samaritani appunto; i giudei li disprezzavano e li consideravano alla stregua degli infedeli. Ma il vangelo non ha confini e supera d’un balzo gli steccati, fatto com’è per i bisogni profondi di ogni uomo, a qualsiasi razza o religione appartenga. E là dove si pensa di trovare ostilità e opposizione, incapacità a capire, non raramente si incontrano invece disponibilità e accoglienza: "Le folle prestavano ascolto unanimi alle parole di Filippo... E vi fu grande gioia in quella città" (At 8,68).
La Chiesa di Gerusalemme si sente responsabile delle comunità cristiane di Samaria fondate da Filippo e vi invia Giovanni e Pietro: un invio ufficiale, che manifesta nuovamente il ruolo insostituibile degli apostoli. Senza di loro la comunità è incompleta, non è ancora Chiesa.
La Chiesa
di Antiochia:
una sola
salvezza
in molte culture
I predicatori del vangelo giungono ben presto anche in Siria, nella grande città di Antiochia, dove i discepoli di Gesù per la prima volta sono chiamati "cristiani" (At 11,26). Fra la Chiesa di Gerusalemme e quella di Antiochia si stabiliscono subito rapporti di comunione: "La notizia giunse agli orecchi della Chiesa di Gerusalemme, la quale mandò Barnaba ad Antiochia" (At 11,22).
Dovunque si trovino, le comunità cristiane stabiliscono relazioni con la Chiesa madre di Gerusalemme e questa vigila sulla correttezza della loro fede. L’aiuto fraterno non rimane chiuso all’interno delle singole comunità, ma si estende anche tra comunità e comunità (At 11,29). Il legame con Gerusalemme e lo scambio fra le varie Chiese non è un fatto sentimentale né un generico bisogno di reciproco sostegno, ma è un fatto teologico: le molte Chiese costituiscono l’unica Chiesa, l’unico popolo di Dio.
E tuttavia l’unità è sempre minacciata, a Gerusalemme come ad Antiochia, dove si costituisce ben presto una comunità mista, formata da convertiti provenienti dal giudaismo e dal paganesimo: due culture profondamente diverse, popoli da sempre considerati divisi, ora trovano, nella comune fede in Cristo, una vera e fraterna comunione.
Così, fin dall’inizio, ai pagani viene predicato un vangelo senza la circoncisione e i giudeo-cristiani siedono a mensa con i cristiani provenienti dal paganesimo. Uomini diversi per razza e cultura si riconoscono fratelli nella stessa Chiesa, dove "non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c e più uomo né donna": tutti sono "uno in Gesù Cristo" (Gal 3,28).
Un gruppo di cristiani di Gerusalemme non la pensa allo stesso modo, ritenendo che la legge di Mosè debba mantenere intatto il suo ruolo. Alcuni di loro vengono dalla Giudea fino ad Antiochia e si mettono a insegnare ai fratelli: "Se non vi fate circoncidere secondo l’uso di Mosè, non potete esser salvi". La reazione di Paolo e Barnaba è netta e risoluta, suscitando animose discussionisi (At 15,1-2).
La controversia viene risolta nella grande assemblea di Gerusalemme (At 15,1-35), nella quale, attraverso un dibattito franco e animato, si conclude che ciò che salva è la fede in Cristo, non le pratiche giudaiche. Con questo la Chiesa ha compreso il vero senso della sua cattolicità: la fede in Cristo è via di salvezza, non le tradizioni degli uomini, non il tipo particolare di cultura o di civiltà, patrimonio di questo o quel popolo. Il vangelo è capace di incarnarsi in culture diverse, animandole tutte, ma senza identificarsi con nessuna.
Questa splendida conclusione, alla quale approda l’assemblea di Gerusalemme, è attribuita allo Spirito Santo: "Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi" (At 15,28). Ma lo Spirito si è fatto presente attraverso il confronto e il dialogo: lo Spirito guida la sua Chiesa attraverso gli uomini, non senza di essi.
La Chiesa
di Corinto: il dono
della comunione
e la fedeltà
alla tradizione
Dall’Asia Minore il vangelo passa nel mondo greco, soprattutto per opera di Paolo. Nell’impossibilità di prendere in considerazione tutte le comunità da lui fondate, scegliamo – come esempio particolarmente significativo – la comunità di Corinto. Le due lettere, che Paolo invia da Efeso, lasciano intravedere una comunità vivace, ricca di doni dello Spirito, ma anche minacciata nel mistero che la costituisce e la esprime: la comunione. Le analogie con le nostre comunità non sono poche.
Paolo inizia la sua prima lettera riconoscendo con gioia che la comunità è tanto ricca di doni da poter dire che non le manca "nessun dono di grazia" (1Cor 1,7). Questo però non le impedisce di essere attraversata da tensioni, che la minacciano profondamente. C’è ad esempio una divisione in partiti e correnti, che si riferiscono chi a un apostolo chi ad un altro. C’è chi ha compreso che si può mangiare la carne immolata agli idoli e chi, invece, è ancora prigioniero di vecchie superstizioni e ne resta scandalizzato. Ci sono i ricchi e ci sono i poveri. E ci sono i molti doni dello Spirito i quali, anziché convergere verso l’edificazione comune, come sarebbe nella loro natura, finiscono col rivaleggiare fra loro. Non mancano poi incertezze, per non dire vere e proprie deviazioni, in campo morale, liturgico e pastorale. Un gruppo di cristiani nega addirittura la realtà della nostra risurrezione.
Siamo così posti di fronte a un panorama complesso e inquietante, che giustamente preoccupa l’apostolo. Ma ne resteremmo alla superficie, se non ricordassimo che tutte queste tensioni si sviluppano su un terreno culturale favorevole. Per i cristiani di formazione greca è facile la tendenza a ridurre il vangelo a sapienza umana e, quindi, a un’opinione intorno alla quale è lecito discutere e differenziarsi. Per questo i cristiani di Corinto danno più peso alla genialità dell’uno o dell’altro dei predicatori, anziché al vangelo in sé, da tutti predicato.
La riduzione del vangelo a opinione intorno alla quale è possibile discutere comporta, poi, l’indifferenza al dato tradizionale. Si privilegia la contemporaneità rispetto alla tradizione. E questo porta non solo a una perdita d’identità, ma anche alle divisioni. Se Paolo richiama fortemente alla tradizione non è soltanto per mantenere la purezza del vangelo, ma anche per ritrovare l’unità, il denominatore comune della fede.
Va infine notato che lo spirito greco esalta la ricerca di sé, la difesa della propria personale originalità; tale tendenza si traduce fatalmente in discussioni, contrapposizioni e divisioni. A questa tendenza Paolo contrappone la logica della croce e il dono totale che essa esige (1Cor 1,18-25).
In questo clima culturale ed ecclesiale Paolo interviene con il peso della propria autorità, richiamando la fedeltà alla tradizione apostolica e ricordando il dono della comunione e il dovere di tradurla nei rapporti concreti.
Paolo precisa che la Chiesa è una comunione articolata, come un corpo vivente; la legge fondamentale è la complementarità fra le varie membra e la loro convergenza verso la crescita comune (1Cor 12). Origine e manifestazione suprema di questa comunione è l’Eucaristia: "Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo" (1Cor 10,17). La comunione non si traduce in un semplice sforzo di reciproco arricchimento e sostegno; essa si realizza in un comune cammino in avanti, in uno slancio missionario, in una crescita verso la pienezza.
Successione
apostolica,
deposito
della fede
e perseveranza
nelle persecuzioni
In questa fotografia della Chiesa delle origini, occorre dar spazio anche ad alcuni problemi che, sebbene presenti fin dall’inizio, travagliano maggiormente le comunità della fine del primo secolo.
L’età apostolica si allontana e i grandi testimoni scompaiono. Questo pone in primo piano il problema della successione apostolica. Si affacciano le prime eresie, che falsi dottori e falsi profeti diffondono da ogni parte. Di fronte al dilagare di queste idee, molti sono disorientati: come distinguere fra vero aggiornamento, doveroso e inevitabile, e falso aggiornamento? Le persecuzioni dello Stato romano contro i cristiani si fanno più diffuse e minacciose: molti si scoraggiano, altri scendono a compromessi col mondo.
La risposta a questi problemi viene cercata in una più approfondita lettura del patrimonio della fede tradizionale. Di fronte al venir meno delle figure apostoliche, l’autorità continua ad essere presente nei loro successori. Le lettere pastorali di Paolo riflettono su questo tema e danno indicazioni precise. Di fronte al dilagare delle eresie, viene fortemente ribadito il principio di tradizione: la fedeltà alla tradizione delle origini deve prevalere sulle speculazioni degli uomini, sulle novità, anche se queste possono apparire intelligenti. E di fronte alla persecuzione si invita la comunità alla testimonianza, coltivando atteggiamenti di coraggio e di pazienza.

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