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CATECHISMO DEI GIOVANI
Venite e vedrete

Catechismo dei Giovani

Venite e vedrete
Dio lo ha risuscitato


(vedi pure
)
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Leggendo i testi del Nuovo Testamento si resta meravigliati dalla ricchezza e dalla varietà dei modi con cui si parla della risurrezione di Gesù e della nostra. Una tale varietà mostra che la risurrezione penetrava e modellava tutte le manifestazioni della vita dei primi cristiani: la predicazione, il culto, la vita comunitaria, le scelte morali.
Le comunità cristiane dei primi tempi hanno capito Gesù e se stesse partendo dall’evento della risurrezione e, credendo in essa, hanno trovato il criterio per leggere le loro vicende e per operare le loro scelte.
Al centro della fede
Il giorno di Pasqua, di buon mattino, alcune donne si recano al sepolcro (Mc 16,1-8). Qui incontrano tre sorprese, una più importante dell’altra.
Lungo la strada si erano chieste come avrebbero potuto far rotolare la pietra del sepolcro che era molto grande. Appena giunte, si accorgono che la pietra è stata già rimossa.
Entrate poi nel sepolcro, non vedono il corpo di Gesù. Un giovane è seduto sulla destra, vestito di una veste bianca. Questa visione le impaurisce.
La sorpresa decisiva è data dalle parole che questo misterioso personaggio rivolge loro: "Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano deposto. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto".
"Andate a dire": è l’imperativo della missione. Di fronte al fatto della risurrezione di Gesù, la prima reazione, superato il momento dello stupore, che rende muti e quasi increduli, è di raccontare l’accaduto. Che il Crocifisso sia risorto è una notizia troppo importante per essere taciuta. Anche al centurione Cornelio, rappresentante di tutto il mondo pagano, il missionario Pietro non avrà altro da dire: "Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno" (At 10,39-41). Nessuna notizia è più importante della risurrezione di Gesù, perché nessun fatto della storia dell’umanità è più importante di essa.
A un gruppo di cristiani di Corinto, che sminuivano la centralità della risurrezione per la fede cristiana, Paolo ribatte polemicamente: "Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede" (1Cor 15,14). Ma Gesù è veramente risorto, perciò la predicazione non è senza senso, la fede non è senza fondamento e la vita dell’uomo non è più incamminata verso la morte.
C’è da domandarsi se, anche oggi, la risurrezione di Gesù e la nostra occupino un posto centrale nella nostra fede. I cristiani di Corinto respiravano una cultura che li facilitava nel credere nell’immortalità dello spirito dell’uomo, ma la medesima cultura, tendenzialmente spiritualista e incline a sottovalutare tutto ciò che ha attinenza alla materia, rendeva loro molto difficile la fede nella risurrezione dei corpi.
Oggi i motivi per negare la risurrezione possono essere altri, per esempio la sopravvalutazione dell’impegno storico per un mondo più umano, quasi fosse questo il tutto dell’uomo. Né mancano coloro che guardano con favore ai messaggi di quelle credenze religiose che parlano di reincarnazione, riducendo la visione del futuro alla reiterazione del presente. A rendere poi secondaria, se non inutile, la fede nella risurrezione è per lo più quel vivere distratto, che, affannandosi dietro mille cose, non lascia più spazio per ciò che più importa. Il pensiero della morte è però ineludibile, e nessun genere di vita, per quanto possa essere superficiale e dispersivo, riesce a tacitarlo del tutto.
In ogni caso, qualunque siano le ragioni, una vita cristiana senza fede e speranza nella risurrezione non è più conforme alla fede delle origini: la fede di Paolo, dei Dodici, dei primi cristiani. E non è più la fede che Gesù ha chiesto per la sua persona. Tutt’al più è una idealizzazione dell’uomo Gesù, come un eroe, o un saggio, non il nostro Salvatore e Signore. Chi si illude di poter fare a meno della risurrezione di Gesù non è più fedele al suo messaggio, perché rifiuta di prendere sul serio la speranza più grande che esso apre all’esistenza dell’uomo.
CCC nn. 638-658CCC nn. 632-637CCC 659-667CdA nn. 261-282CdG1 pp. 318-323
La risurrezione:
il trionfo
della croce
L’angelo della risurrezione non si limita ad annunciare alle donne che Gesù è risorto, ma attira volutamente l’attenzione sul Crocifisso: "Gesù, il crocifisso, è risorto". Mantenere ferma l’identità fra il Crocifisso e il Risorto è essenziale.
La croce non è semplicemente l’icona di un martire qualsiasi, che è rimasto fedele a Dio sino a dare la vita per lui, ma è l’icona di un martire con un volto preciso: quello di Gesù di Nazareth. Egli ha predicato un Dio diverso e lo ha onorato con una prassi di vita diversa, per molti scandalosa. Questa diversità è stata la ragione della sua condanna a morte; ma egli ha sostenuto che, al contrario, solo così rimaneva fedele a Dio e alla sua volontà. La risurrezione è la prova che in quella diversità Dio si è riconosciuto.
Il Crocifisso ha sostenuto di avere un rapporto filiale con il Padre, un rapporto diverso da quello di ogni altro uomo. La risurrezione di Gesù è la prova che Dio è con Lui. Da qualsiasi lato si osservino, croce e risurrezione si richiamano, illuminandosi vicendevolmente. La croce dice il volto "nuovo" di amore e di vita del Dio di Gesù, e la risurrezione che Dio in quel volto si è pienamente identificato.
Il giudizio
degli uomini
e il giudizio
di Dio
L’identità fra il Crocifisso e il Risorto è anche la manifestazione di una netta opposizione fra il giudizio degli uomini e il giudizio di Dio.
Gli uomini hanno condannato Gesù, appendendolo alla croce, ritenendolo un falso Messia, incapace di dare salvezza. Dio invece lo ha risuscitato costituendolo Signore e Cristo per tutti.
Veramente le valutazioni degli uomini spesso sono capovolte rispetto a quelle di Dio! La pietra che noi abbiamo scartata, Dio l’ha scelta come "pietra angolare" (Sal 118,22), su cui poggia tutta la costruzione della storia. Contrariamente al nostro comune giudizio, la via dell’obbedienza e dell’amore al Padre percorsa da Gesù non è vana.
Questo significa che c’è modo e modo di leggere le vicende della storia e di valutarle: c’è il modo di Dio e il modo degli uomini. Per leggere le vicende nella dimensione cristiana, alla luce della Pasqua, occorre prendere come chiave di lettura la morte e risurrezione di Gesù. Occorre far nostro il criterio di Dio.
È quanto suggerisce, ad esempio, il libro dell’Apocalisse, nella grande visione del libro sigillato e dell’Agnello: "Vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli. Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: "Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?"". Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra era in grado di aprire il libro e di leggerlo. Io piangevo molto perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo. Uno dei vegliardi mi disse: "Non piangere più; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli"" (Ap 5,1-5).
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Nessuno è in grado di aprire il libro sigillato, cioè di cogliere il senso profondo delle cose nella confusione delle vicende umane. Di qui l’angoscia e lo smarrimento dell’uomo. Ma ora non è più così: con la sua morte e risurrezione, Gesù ha rotto i sigilli e il libro si è aperto. Gesù è al centro della storia e ne costituisce la chiave di lettura. Osservando l’evento della sua croce e risurrezione puoi comprendere le cose nella loro profondità. Il disegno di Dio in noi e attorno a noi è sempre combattuto: c’è un tempo in cui le forze del male sembrano prevalere, ma l’ultima parola è sempre la risurrezione.
Realtà,
concretezza
e novità
della risurrezione
L’angelo della risurrezione invita le donne a entrare nel sepolcro per constatare che esso è vuoto: "E risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano deposto" (Mc 16,6). Questo particolare, apparentemente secondario, dice che Gesù è veramente risorto, anche con il suo corpo. La risurrezione è molto di più della semplice immortalità dello spirito.
Di questa realtà e novità di vita Gesù dà un segno mediante le apparizioni ai discepoli. Dapprima alle donne e poi a Pietro e agli altri discepoli Gesù appare, offre i segni della realtà e della novità della sua nuova esistenza di risorto. Le esitazioni dei discepoli a riconoscerlo esprimono la difficoltà a rapportarsi a questo evento del tutto nuovo; i gesti compiuti da Gesù sottolineano, a loro volta, la realtà, la concretezza della sua umanità gloriosa. Sulla testimonianza di queste apparizioni si fonda la fede della Chiesa.
L’evento della risurrezione è un evento reale, obiettivo, accaduto e testimoniato nella storia. Non è un simbolo o una semplice speranza. Gesù non è vivo come è vivo un messaggio, o come vive un maestro nel cuore dei discepoli. Gesù è realmente entrato nella vita risorta con tutta la sua realtà umana, spirito e corpo.
Evento reale, concreto, la risurrezione di Gesù è però diversa dai miracoli di risurrezione di cui parlano i Vangeli. Diversa al punto che il termine miracolo non è molto adatto a esprimerla: non solo e tanto perché qui l’intervento di Dio è più grandioso o più sorprendente, ma perché nuovo e definitivo.
La risurrezione di Lazzaro è stata un ritorno alla vita precedente, quasi un cammino all’indietro. La risurrezione di Gesù è, invece, un cammino in avanti, verso la pienezza di vita.
Gesù entra nella pienezza della vita di Dio, in una dimensione del tutto nuova, nella gloria del Padre: "Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui" (Rm 6,9). Gesù è andato al di là di tutto quello che noi possiamo vedere e toccare.
Giustamente Paolo dirà che anche la nostra risurrezione non può essere ridotta a una rianimazione dalla morte. Tutto l’uomo entrerà trasformato nella vita di Dio: "Si semina un corpo corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso; si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale" (1Cor 15,42-44).
Un identico concetto lo aveva già espresso Gesù ribattendo la domanda maligna dei sadducei: se una donna ha avuto sette mariti, nella risurrezione di chi sarà moglie? Gesù aveva risposto: "Quando risusciteranno dai morti, non prenderanno moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. A riguardo poi dei morti che devono risorgere, non avete letto nel libro di Mosè, a proposito del roveto, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e di Giacobbe? Non è un Dio dei morti, ma dei viventi!" (Mc 12,25-27).
Fondamento
della speranza
Per la sua realtà e concretezza la risurrezione di Gesù apre a una speranza totale che abbraccia tutto l’uomo, spirito e corpo, e il suo mondo. Anche il mondo, come lascia intravedere un passo denso e misterioso di Paolo, è proiettato alla pienezza di vita: "La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio" (Rm 8,1921).
In forza della sua assoluta novità, la risurrezione di Gesù trascende ogni immaginazione che pretenda assimilare il mondo futuro al mondo presente. Non si può definire il mondo nuovo nel quale Gesù è entrato e al quale noi pure siamo chiamati. Il nostro linguaggio è del tutto inadeguato; possiamo ricorrere ad allusioni ed espressioni evocative, come fa il Nuovo Testamento. Proprio per la grandezza del mistero, la speranza che la risurrezione di Gesù inaugura è umile ma efficace. Essa garantisce che tutta la realtà umana sarà salvata, senza dire come. Il credente è invitato a non lasciarsi distrarre da inutili interrogativi.
La speranza che la risurrezione di Gesù dischiude all’uomo è del tutto religiosa. Dio è fedele ed è il Vivente: ha creato tutto per la vita, non per la morte. Dio è fedele: non è pensabile che egli abbia creato l’uomo per poi abbandonarlo; non è pensabile che abbia creato l’uomo con una sete di vita per poi deluderla. Di questa fedeltà di Dio la risurrezione di Gesù è il segno sicuro.
Discepoli
verso Emmaus
Per dire che cosa significhi la fede nel Risorto per la vita dei credenti, Luca ci presenta un racconto esemplare, costruito attorno all’immagine del cammino (Lc 24,13-35). Dapprima un cammino che allontana da Gerusalemme, dagli avvenimenti della passione e dal ricordo di Gesù. Potremmo dire un cammino dalla speranza alla delusione ("speravamo..."), un cammino carico di tristezza, come sempre accade quando si smarrisce il senso della vita: "Si fermarono col volto triste".
Ma poi – dopo l’incontro con lo sconosciuto compagno di viaggio che alla luce della parola di Dio ha spiegato il senso della croce – il cammino diventa un cammino di ritorno, dalla delusione alla speranza:
"Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme". L’inversione di marcia è dovuta a una nuova lettura degli eventi, che il misterioso pellegrino ha loro suggerito. Gli eventi sono rimasti quelli di prima, ma ora sono letti con occhi nuovi. Sono finalmente in grado di vedere la nuova e definitiva verità: ciò che agli uomini pare stoltezza e debolezza – Gesù morto per amore – è sapienza e potenza di Dio. Egli libera i suoi figli dalla paura che morte e tristezza, sempre misteriosamente legate al peccato, rappresentino le ultime parole sulla vita e sulla storia.
Si può smarrire per diversi motivi il senso di vivere o la speranza perché spesso la vita promette e non mantiene, delude e in ogni caso è segnata dalla morte, oppure se ne constata che lo sforzo di liberazione è costantemente contraddetto dal peccato. Si direbbe che il male riesca ad annullare lo stesso disegno di Dio e vanifichi ogni sforzo di liberazione dell’uomo. In più, veniamo a contatto con una storia dominata da falsi valori e da idolatrie.
Comprendere il significato pasquale della croce vuol dire leggere con occhi nuovi e pieni di speranza tutte le esperienze umane che costituiscono, lo si voglia o no, la trama della nostra vita. Gesù risorto apre l’intera umanità ad una vita nuova, che è vittoria sul peccato e partecipazione alla vita di lui, il Figlio unigenito. Cristo risuscitato è principio e sorgente della nostra risurrezione futura.
La vita dei credenti è dentro la complessità e povertà della storia, come per ogni uomo, ma cambia completamente il modo di viverla e osservarla. Se incontri il dolore, ti ricordi delle parole di Gesù: "Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto" (Gv 12,24). Se sei perseguitato, sai che il discepolo non può essere trattato diversamente dal Maestro, e sai che attraverso la croce si giunge alla risurrezione. Se il tuo sforzo fallisce e sembra inutile, ti viene in mente la parabola del seminatore: il seme, gettato con abbondanza, sembra sprecato, ma non lo è, perché è certo che in qualche modo e da qualche parte, già ora e non solo in un lontano futuro, frutta abbondantemente (Mc 4,3-9). Quando si ha l’impressione che il male, la prepotenza e la stupidità soffochino la verità, l’amore e la giustizia, si sa che qualcosa di simile è già accaduto nei confronti di Gesù. La malvagità degli uomini lo ha inchiodato alla croce, pensando in tal modo di toglierlo di mezzo; ma Dio lo ha risuscitato e la storia di Gesù continua a salvare l’uomo.

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