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CATECHISMO DEI GIOVANI
Venite e vedrete

Catechismo dei Giovani

Venite e vedrete
Nato Gesù a Betlemme


(vedi pure )
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Chi legge le pagine dei Vangeli di Matteo e di Luca, che raccontano l’infanzia di Gesù, è favorevolmente colpito dalla loro semplicità e dalla loro poesia. Chi poi si addentra in un’analisi più dettagliata, resta sorpreso dalla loro ricchezza spirituale e teologica. Ma non mancano anche aspetti che invece possono sorprendere il lettore moderno meno favorevolmente: le apparizioni angeliche, il segno della stella, i sogni di Giuseppe...
Il significato della persona di Gesù
Questo vale anche per la indeterminatezza circa l’anno della nascita del Messia. "Al tempo di Frode, re della Giudea", scrive Luca, iniziando il suo racconto con l’annuncio della nascita di Giovanni Battista, il precursore (Lc 1,5); e Matteo scrive: "Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Frode" (Mt 2,1). Si tratta di Frode il Grande, che regnò poco meno di quarant’anni e morì nel 4 a.C. F perciò, sia detto qui per inciso, l’anno zero della nostra era cristiana non coincide con la nascita di Gesù, che invece va collocata, anno più anno meno, verso il 5 o il 6 a.C.
I due evangelisti non ci forniscono una data più accurata ma sono pienamente consapevoli di raccontarci un fatto reale, storico, che, come ogni altro fatto reale, si colloca in un tempo, "al tempo di Frode", e in un luogo, "Betlemme".
I "racconti dell’infanzia" costituiscono un complesso ben distinto rispetto al resto dei Vangeli. Sono di un genere letterario a sé. Essi non appartengono alla predicazione apostolica originaria. Non bisogna meravigliarsene: non è l’infanzia degli eroi ad attrarre, in un primo tempo e direttamente, l’attenzione dei biografi, ma la loro vita di adulti, le imprese che li imposero all’ammirazione di tutti. Se, in un secondo tempo, lo sguardo si spinge sino all’infanzia, è quasi sempre per il desiderio di trovarvi i segni prefiguratori del loro destino. Questo è appunto il caso dei testi di Matteo e di Luca, i quali raccontano gli episodi dell’infanzia di Gesù scorgendo in essi le linee maestre della iutura vicenda messianica.
Certo, gli evangelisti si sono serviti di ricordi antichi, probabilmente risalenti alla cerchia dei parenti di Gesù e in particolare di sua madre, Maria. Ma, raccontandoli, si mostrano più interessati al significato degli avvenimenti che alle modalità precise con cui sono accaduti. Il loro interesse si concentra sull’identità di Gesù e sulla logica di fondo che guiderà la sua vicenda. I racconti dell’infanzia devono essere perciò letti soprattutto come una grande testimonianza di fede in Gesù.
Nel Vangelo di Matteo
L’evangelista Matteo ha raccolto i ricordi dell’infanzia di Gesù in cinque episodi: la nascita, la visita dei Magi, la fuga in Egitto, la strage degli innocenti, il ritorno a Nazareth. In ciascun episodio c’è un riferimento esplicito alle Scritture che si sono adempiute in Gesù. Il senso è chiaro: è Gesù il Messia atteso da Israele. In lui Dio realizza per il suo popolo la sua definitiva presenza e alleanza, perché egli è l’Emmanuele, "Dio con noi" (Mt 1,22-23): egli dunque pascerà il suo popolo (Mt 2,5) e lo salverà dai suoi peccati (Mt 2,21). L’amore paterno di Dio, che si era manifestato per Israele come per un figlio nell’evento dell’esodo, ora si manifesta pienamente per Gesù "Figlio" messianico nella sua permanenza e nella sua uscita dall’Egitto (Mt 2,15). Il titolo stesso di "Nazoreo" che richiama l’umile provenienza di Gesù dalla sconosciuta cittadina di Nazareth è, alla luce della parola profetica, la conferma della sua identità di Messia.
Proprio questa sua umile origine costituirà per l’Israele storico una difficoltà al riconoscimento della sua messianicità. In proposito sarà emblematico l’episodio di Nazareth (Mt 13,53-58). La sapienza delle sue parole e i suoi gesti suscitano meraviglia: "Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli?". Ma la meraviglia non si apre all’accoglienza, non si fa comprensione; si ferma allo sconcerto e, alla fine, si chiude nel rifiuto: "Non è egli forse il figlio del carpentiere?". L’umiltà delle origini e la normalità del suo essere uomo – due tratti che non corrispondono allo schema comune del Messia – impediscono di riconoscere il Figlio nel Nazareno.
Un tale misconoscimento che si risolverà in tragico rifiuto, da parte di Israele come popolo, si profila, già nei racconti dell’infanzia, attraverso l'atteggiamento degli abitanti di Gerusalemme (Mt 2,3), che rimangono turbati dalla nascita di Gesù, e nella figura di Frode, che perseguita il bambino (Mt 2,16-18). Al contrario i popoli pagani, rappresentati dai Magi, vengono a cercare il Messia, re dei giudei, per adorarlo (Mt 2,1-12). La storia di Matteo sarà la storia del progressivo rifiuto del Messia da parte di Israele e della sua accoglienza da parte delle nazioni pagane.
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CCC nn. 522-526CCC nn. 527-534CdA nn. 301-305
La genealogia
di Gesù
Abbiamo lasciato per ultimo un dato importante. che invece Matteo pone per primo: la genealogia. In apparenza si tratta di un arido elenco di nomi, nella realtà è una forte testimonianza di fede in Gesù Cristo. Gesù è figlio di Abramo ed è figlio di Davide. Il nome Abramo evoca l’elezione e l’apertura universale di Dio (Gen 12,1-3), cioè un progetto di salvezza che non è legato al sangue e che si estende a tutti. E Davide, il re, evoca lo splendore del regno e le speranze messianiche ad esso legate (2Sam 7,11-14Sal 2). Ciò che il nome Abramo e l’espressione "il re Davide" racchiudevano in sé, si compie ora in Gesù. Ma il passaggio fra Davide e Gesù non è immediato: c’è l’esilio che segna la fine della casa di Davide come grandezza politica. Gesù è un re senza corona. Nessun cedimento a un progetto messianico politico e restauratore.
Certo, Gesù è figlio di Davide, e Matteo lo sottolinea per rispondere a un’obiezione che gli ebrei rivolgevano ai cristiani: "Alcuni fra la gente dicevano: "Questi è davvero il profeta!". Altri dicevano: "Questi è il Cristo!". Altri invece dicevano: "Il Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice forse la Scrittura che il Cristo verrà dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide?"" (Gv 7,40-43). Ma affermando che Gesù è figlio di Davide, tramite Giuseppe che lo adotta legalmente, Matteo contemporaneamente mostra che Gesù è molto di più.
Non corrisponde certamente allo schema messianico che la gente si era costruita intorno alle speranze del regno di Davide. La novità di Gesù è ancora più sorprendente e Matteo la esprime così: "Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale fu generato Gesù, chiamato il Cristo" (Mt 1,16). La generazione di Gesù introduce una rottura nella genealogia. La sua generazione è sottratta a Giuseppe, e il verbo non è più all’attivo, "generò", ma al passivo, "fu generato". Chi è allora colui che genera? La risposta viene data più avanti, nel racconto della nascita: Gesù è generato dallo Spirito (Mt 1,20). Dunque, non è solo figlio di Davide, ma Figlio di Dio. La linea orizzontale, pur affermando la profonda solidarietà di Gesù con gli uomini, non è in grado di spiegarne l’origine e la fisionomia: occorre la linea verticale.
La conclusione si impone: sia pure con un linguaggio che non ci è più abituale, la genealogia di Gesù raccontata da Matteo ci svela – naturalmente in modo ancora germinale – il mistero di Gesù, quel mistero che contiene la sorpresa e per molti lo scandalo. Gesù è inserito nella storia del popolo ebraico, ma la supera. È solidale con l’umanità, ma la sua origine viene dall’alto. Compie le attese, ma il suo modo di compierle è sorprendente.
Nel Vangelo
di Luca
Anche Luca afferma che Gesù fu concepito per opera dello Spirito Santo e che Giuseppe, sposo di Maria, ne assunse la paternità legale. La sua narrazione è però differente: "L’angelo Gabriele fu mandato da Dio in un città della Galilea, chiamata Nazareth, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria" (Lc 1,26-27).
Anche Luca pone in collegamento i primi avvenimenti di Gesù con episodi e testi dell’Antico Testamento. Gesù è il Messia atteso. Su questo punto, anzi, la tecnica narrativa di Luca è particolarmente ricca, suggestiva e insistita. Più che le citazioni esplicite, come in Matteo, egli preferisce le allusioni e le evocazioni, e non raramente si riferisce a più passi dell’Antico Testamento simultaneamente. Si tratta di tecniche letterarie ed esegetiche già in uso in quel tempo e che Luca impiega con rara abilità, a servizio di un messaggio: le diverse linee dell’attesa trovano in Gesù la loro unità.
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Il racconto
della nascita
di Gesù
Ma la risposta alla domanda su chi è Gesù, Luca sembra concentrarla nel racconto della nascita (Lc 2,1-20). Qui il mistero di Gesù appare in tutta la sua luce.
"In quei giorni – scrive Luca – un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio". Seguendo l’uso ebraico, Giuseppe prende con sé "Maria, sua sposa, che era incinta" e va a iscriversi nel luogo d’origine del suo casato, Betlemme.
Giunti a Betlemme, "si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo". Così nasce Gesù, che l’angelo annuncia ai pastori come "un salvatore, che è il Cristo Signore".
C’è molta solennità nel racconto di Luca, si parla di luce e di cori angelici, tuttavia il punto centrale, su cui l’evangelista fissa l’attenzione, è la povertà del bambino: "Lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia". Questa annotazione viene ripetuta tre volte, come a scandire l’intero racconto. In questo contrasto fra gloria e povertà è racchiuso il mistero di Gesù. Senza la gloria non capiremmo che quel bambino povero è il Signore. Senza il bambino povero non capiremmo che la gloria del vero Dio è diversa dalla gloria che l’uomo immagina. La meraviglia è che ad essere proclamato Salvatore, Messia e Signore – i tre titoli fondamentali che esprimono la fede cristiana in Gesù – è un bambino povero, avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia.
Nel prologo
del Vangelo
di Giovanni
Se i racconti dell’infanzia illuminano il mistero e l’identità di Gesù già a partire dalla sua generazione e dalla sua nascita, il Vangelo di Giovanni, particolarmente nel prologo (Gv 1,1-18), spinge in profondità lo sguardo fino a contemplare il fondamento ultimo dell’esperienza fatta con Gesù, quale Figlio Unigenito e Rivelatore unico e definitivo del Padre. Quel "Verbo della vita" che i discepoli, nella condivisione di vita con Gesù, avevano con meraviglia contemplato e visibilmente toccato e udito (1Gv 1-2), era il Verbo che fin dall’eternità era rivolto a Dio, in una relazione unica con Lui, ed era egli stesso Dio (Gv 1,1). Questo Verbo, increato ed eterno, è il mediatore grazie al quale tutta la realtà creata viene all’esistenza: tutto da lui riceve vita e gli uomini hanno da lui quella "luce" che permette loro di comprendersi (Gv 1,3-4). Questo Verbo è divenuto "carne", umanità fragile: colui che esisteva dall’eternità è entrato nel tempo e nella storia umana divenendo la presenza di Dio fra noi. Per questo nella sua umanità i discepoli hanno potuto contemplare la gloria di colui che da sempre è in una relazione unica di amore con il Padre ed è fonte quindi della sua autentica e piena rivelazione (Gv 1,1418). Per questo a quanti lo hanno accolto e permangono nella fede in lui è data la grazia di partecipare a quella pienezza di vita filiale che da sempre è in lui e che egli può comunicare agli uomini (Gv 1,12).
Il Vangelo di Giovanni sarà una continua riflessione su Gesù, Figlio unigenito, Rivelatore del Padre e datore agli uomini della vita divina. Egli è venuto dall’alto (Gv 8,23), è uscito dal Padre (Gv 16,28) ed è stato mandato nel mondo per rivelare agli uomini la parola che ha ascoltato dal Padre (Gv 8,26) e per compiere le opere che Egli gli ha dato da fare (Gv 5,36). "Come il Padre ha la vita in sé, così Egli ha dato al Figlio di avere la vita in sé" (Gv 5,26), così che il Figlio Gesù, venendo nel mondo, può comunicare a tutti quanti credono in lui la vita eterna (Gv 10,10).
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