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CATECHISMO DEI GIOVANI
Venite e vedrete

Catechismo dei Giovani

Venite e vedrete
Seguitemi


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L’accoglienza del Regno esige fede e conversione: "Convertitevi e credete al vangelo" (Mc 1,15). E, come mostra la chiamata dei primi discepoli (Mc 1,16-20), la conversione per il Regno praticamente si identifica con la sequela di Gesù.
Il racconto della chiamata dei discepoli è costituito da due scene parallele, che si possono quasi sovrapporre. Servendosi delle stesse parole e degli stessi tratti, Marco ha l’opportunità di ribadire due volte alcune cose che ritiene essenziali: la gratuità della chiamata, l’urgenza della risposta, il distacco, la sequela, la missione.
La gratuità della chiamata
Alla radice del seguire Gesù c’è la sua libera e gratuita iniziativa. I verbi più importanti dell’intera narrazione di Marco sono: "vide... disse... li chiamò". L’iniziativa è di Gesù e il suo appello è del tutto gratuito.
Come allora, anche oggi all’origine della sequela c’è sempre una chiamata. Allora è stato direttamente Gesù a chiamare Pietro, Giovanni, Giacomo e Andrea. Ora l’appello di Gesù continua a risuonare per ciascuno nella voce della Chiesa e dei suoi testimoni.
Ma perché Gesù chiama questi quattro uomini e non altri? Sta qui la gioia e il tormento di ogni chiamata: perché io e non altri? Gioia, perché la chiamata è il segno di un amore gratuito. Sarebbe angosciante un amore condizionato. Sappiamo invece di essere amati senza condizione, amati comunque. Da qui la gioia e la serenità. Ma anche il tormento. Come è possibile che Dio chiami qualcuno e non tutti? Non c’è che una risposta: chi è chiamato deve porsi al servizio di tutti. Non è pensabile una chiamata a vantaggio proprio. La prima radice della missionarietà è la consapevolezza della gratuità. Il merito blocca la missione, la gratuità la fonda.
L’urgenza della risposta
Gesù è portatore di una notizia e di un appello che non concedono dilazioni. È la grande occasione e occorre affrettarsi. Così l’urgenza della risposta è una nota essenziale della sequela: "E subito, lasciate le reti, lo seguirono" (Mc 1,18).
Oggi si tende spesso a rimandare la risposta, forse perché c’è paura a impegnarsi definitivamente, o forse, anche, per un’eccessiva pretesa di chiarezza. Invece, di fronte alla chiamata di Gesù, occorre sempre una grande disponibilità responsabile, ricca di coraggio e di fiducia. Soprattutto fiducia. Certo, occorre chiarire fin dall’inizio le motivazioni della propria scelta, ma occorre anche sapere che le motivazioni si chiariscono e si approfondiscono solo cammin facendo. È all’interno della sequela che si comprende, non stando di fuori a guardare, da semplici spettatori.
Un profondo distacco
L’appello di Gesù ha un carattere di assoluta novità e perciò non può essere accolto senza passare attraverso un profondo distacco. Non c’è sequela senza esodo. Che il distacco debba essere totale e definitivo è detto subito: i primi discepoli lasciano il lavoro, il padre e la proprietà. Tuttavia il distacco ha un suo itinerario, non soltanto nel senso che è da rinnovare ogni giorno – si può sempre riprendere ciò che si è lasciato –, ma nel senso, ben più profondo, che lo si comprende giorno dopo giorno, nelle concrete circostanze della vita.
Nel Vangelo di Marco questa comprensione progressiva si sviluppa lungo almeno due direttrici. La prima (Mc 10,17-22) riguarda le motivazioni del distacco, che via via si purificano per concentrarsi sulle due vere ragioni: la condivisione con i fratelli e la libertà per il vangelo. Lo spazio del distacco, che poi è spazio di libertà, si allarga a misura che il vangelo diventa il nuovo orizzonte. Ci si stacca da tutto, per concentrarsi su ciò che più importa. Il cammino del discepolo va di pari passo con una progressiva liberazione, che è nel contempo distacco e concentrazione.
In proposito c’è un detto di Gesù che sorprende per la sua durezza: "Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Mc 8,34). Il verbo "rinnegare" nella Bibbia indica l’abbandono totale, senza tentennamenti, di tutte le idolatrie, per appartenere soltanto al Signore. Gesù ci fa capire che l’idolatria da abbandonare siamo noi stessi. L’idolatria da rinnegare è l’esaltazione di sé a valore ultimo e, quindi, a criterio di ogni scelta. Il discepolo deve risolutamente cambiare il centro della vita: non più se stesso, ma Gesù.
Questo rinnegamento di sé non comporta una mortificazione della persona né della gioia di vivere né della simpatia verso il mondo, nel quale, anzi, l’uomo del vangelo sa scorgere, con occhio limpido, i doni di Dio. Da rinnegare è l’appartenenza idolatrica a se stessi, che preclude ogni altro orizzonte, sia verso Dio sia verso gli uomini e il mondo. L’appartenenza idolatrica è antiumanesimo, perché non libera l’uomo, ma lo schiavizza, impedendogli ogni slancio al di là di se stesso.
CCC nn. 512-521CCC 542-543CCC 1701-1715CdA nn. 136-139CdA 507-509CdA 800-804CdA 816-820CdG1 pp. 56-58
Non una perdita,
ma un guadagno
La seconda direttrice dell’itinerario del distacco è la comprensione progressiva, esperienziale, che il distacco per seguire Gesù non è una perdita, ma un guadagno. Si legga in proposito la risposta di Gesù a Pietro (Mc 10,28-30). Il distacco per Cristo non è una perdita, ma ricevere il centuplo.
Il distacco per Cristo rende possibile la gioia della comunione con Dio e ci dà, al tempo stesso, un modo diverso di rapportarci al mondo. Chi punta verso Dio e si libera dall’ansia dell’accumulo e della paura di perdere ciò che ha accumulato, vede nel mondo e nelle cose un dono di Dio, un dono per tutti, e vi si accosta con animo libero, aperto alla gioia.
L’accoglienza
di un dono
La gioia è importante, ma richiede un profondo rinnovamento che solo la fede può dare. C’è chi trova il coraggio di rinunciare a molto per Dio, senza però trovare il coraggio di rinnovarsi. Questa figura di credente, più frequente di quanto si pensi, lascia molto per Dio, ma come un prezzo che è giusto pagare alla sua sovranità. L’ideale che lo guida è l’obbedienza servile, non la libertà né la gratitudine. Non ha capito che il vangelo è tale non perché chiede – anche se chiede molto! – ma perché dona. Un tale uomo serve, ma non ha una visione nuova di sé, del mondo e di Dio, e perciò il suo lasciare è solo fatica, non una scoperta di nuovi orizzonti, di nuovi significati e di doni insospettati.
Il cammino della sequela richiede fatica, disciplina, allenamento e una consuetudine conquistata giorno dopo giorno. Ma se questo cammino è autentico, porta a una scoperta che tutto capovolge: non è il discepolo che dona se stesso al Maestro, ma è il Maestro che dona se stesso al discepolo; non è il discepolo che dona a Dio le cose che lascia, ma è Dio che insegna al discepolo un modo nuovo di godere delle cose. Tutto questo, però, a una condizione, che è l’esigenza forse più profonda e coraggiosa della sequela: il coraggio di lasciare che sia Cristo a suggerirci come guardare Dio, l’uomo, il mondo.
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Seguire
Gesù
In questo quadro spicca il verbo "seguire". Anziché dire che il discepolo è chiamato a imparare qualcosa, il vangelo dice che è chiamato a seguire qualcuno. Al primo posto non c’è una dottrina, ma una persona da seguire. E seguire significa non solo camminare, ma esprime un progetto consapevole: un andar dietro a qualcuno, a cui si vuole restare vicini, facendo la sua stessa strada e condividendo le sue scelte.
Ma chi è questo Gesù che si è deciso di seguire? Dove conduce veramente il suo cammino? Due domande importanti, che però si approfondiscono dentro il cammino stesso, non all’esterno. Non all’inizio, ma lungo il cammino della sequela Gesù svela compiutamente il suo volto di Messia sofferente e, contemporaneamente, di conseguenza, il vero volto del discepolo (Mc 8,31-38). La reazione di Pietro, che tenta di allontanare Gesù dalla croce, mostra che la sua scelta iniziale, pur così decisa da indurlo ad abbandonare subito la barca e le reti, era però ancora imprecisa. Pietro si era immaginato il Messia e la sua strada al modo di tutti. Ora Pietro si accorge che Gesù è diverso. Ed è a questo punto, nel vivo del cammino intrapreso, che Pietro è chiamato a rischiare la vita.
La scelta più profonda non è solo quando ci si decide per Dio, ma quando, camminando con lui, ci si accorge che egli è diverso dall’idea che ce ne eravamo fatti. Più grande e più ricco, certo, ma anche misterioso. E stato questo il momento decisivo per Abramo, per Mosè, per Giobbe e per Geremia. Ed è questo il momento decisivo di ogni credente, nella misura che intraprende un cammino in cui mette in gioco tutto se stesso.
Ma è anche il momento della luce e della verità, in definitiva del vero incontro. Sono commoventi le parole di Giobbe: "Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono" (Gb 42,5). Questo è possibile a una condizione, che costituisce forse il vertice della maturità umana e cristiana. La scelta umana di Pietro era imprecisa e parziale perché non accettava Gesù come servo di Dio incamminato verso la croce. Era però una scelta forte e matura, capace di legami definitivi con la persona di Gesù. Per questo Pietro era rimasto con Gesù, a differenza delle folle e di altri discepoli. La scelta evangelica è davvero la scelta di una persona (Gv 6,66-69).
Comunione
e missione
Nel quadro della sequela si inserisce, poi, una prospettiva sul futuro: "Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini" (Mc 1,17). La sequela non è una chiamata a star fermi, ma a camminare. Non conclude un itinerario, ma lo apre. Ed è una chiamata ad uscire, a camminare verso gli altri. Il verbo è al futuro: "vi farò". Non è un caso: "seguitemi" è al presente; "vi farò" è al futuro. Prima seguire poi andare, prima la comunione e poi la missione.
Ma è anche vero che il seguire è già, fin dall’inizio, orientato all’andare, e la comunione deve essere, già all’inizio, proiettata verso la missione. Se il seguire non si conclude in un andare, significa che si è intrapreso un itinerario sbagliato. Non si è seguito Gesù, ma se stessi. Perché la sequela evangelica è diversa da tutte quelle sequele che invitano invece a separarsi o a rinchiudersi.
Un cammino
personale
Infine, un’ultima annotazione: per ogni uomo c’è un cammino personale dentro un cammino comune. Certo, la parola di Dio traccia un cammino comune, in un’unica direzione, per tutti gli uomini. Si pensi al decalogo per l’Antico Testamento e alle beatitudini per il Nuovo. Tuttavia questo non impedisce che la Bibbia sia disseminata di vocazioni e di itinerari personali. Gli stessi racconti di chiamata appaiono come un intreccio di tratti fissi, comuni a tutti, e di tratti individuali e personalizzati.
Dentro l’unico progetto prendono corpo i molti progetti, dentro l’unica chiamata la propria personale chiamata. Nel quadro dei comandamenti e nella comune giustizia, per fare un solo esempio, all’uomo ricco è rivolto un invito personale (Mc 10,17-22). Ogni persona è chiamata a percorrere, sia pure dentro un cammino comune, un proprio cammino originale e personale.
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