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CATECHISMO DEI GIOVANI
Venite e vedrete

Catechismo dei Giovani

Venite e vedrete
Compiva segni e miracoli


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Tutti e quattro i Vangeli raccontano con compiacenza i molti miracoli di Gesù. Le folle della Palestina accorrevano attorno a Gesù non solo per ascoltare le sue parole, ma anche per i suoi miracoli, le sue guarigioni e i suoi esorcismi.
Perché Gesù ha compiuto miracoli? Qual è il loro significato rispetto al suo annuncio del regno di Dio?
Segni per la fede
I miracoli di Gesù hanno certamente lo scopo di garantire che egli è l’inviato di Dio e che le sue parole sono veritiere. Ma questo scopo non esaurisce il loro significato. Comunque non toglie all’atto di fede il suo aspetto di libera decisione e non sottrae la missione di Cristo alla debolezza della croce. I miracoli sono al servizio della fede e non intendono offrire in alcun modo una certezza diversa dalla fede.
Parlando della visita di Gesù a Nazareth, un evangelista annota: "Non vi potè operare nessun prodigio" (Mc 6,5). Gesù non può fare miracoli là dove c’è l’incredulità ostinata. I miracoli di Cristo sono la risposta alla sincerità dell’uomo che cerca la verità: non sono il tentativo di forzare, in ogni modo, il cuore dell’uomo. Diversamente dagli uomini, Dio non usa la violenza per imporre la sua verità. E neppure fa miracoli là dove gli uomini pretendono segni che permettano loro di sottrarsi al rischio della fede. I segni di Dio non sono così evidenti da togliere ogni dubbio possibile. E neppure fa miracoli là dove gli uomini vorrebbero sfruttarli per sé, a sostegno delle loro pretese.
Segni della venuta del Regno
I miracoli di Gesù sono il segno della venuta del regno di Dio. Così Gesù stesso li presenta nel rispondere al Battista (Mt 11,2-6) e ai farisei che chiedono: "Quando verrà il regno di Dio?" (Lc 17,20-21). Non si limita ad affermare che il regno di Dio è vicino: ne indica le caratteristiche.
Il Regno è presente e operante nelle parole e nell’azione di Gesù. Egli stesso sottolinea questa prima caratteristica del Regno: "Se io scaccio i demòni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio" (Mt 12,28).
L’annuncio del Regno fatto da Gesù è in continuità con le attese dei profeti, i quali avevano predetto che Dio avrebbe compiuto opere straordinarie nel tempo della salvezza. I miracoli di Gesù sono, appunto, il compimento di queste attese (Lc 4,16-22).
Ma il Regno, pur essendo arrivato nella persona e nell’azione di Gesù, è anche da attendere. Per questo i miracoli sono una "promessa"; indicano, inizialmente e simbolicamente, la direzione di salvezza in cui il mondo è incamminato: un mondo di uomini finalmente liberati dal peccato, dalla schiavitù e dalla divisione, radunati alla mensa di Dio, senza più esclusi. Per questo i miracoli di Gesù sono particolarmente in direzione degli infelici. Ed è una salvezza che interessa tutto l’uomo in tutte le sue dimensioni: spirituali, fisiche e sociali. I miracoli testimoniano che il Regno porta tutto l’uomo alla completezza.
Già si vede come nell’intenzione di Gesù i miracoli sono importanti, ma non debbono incoraggiare facili illusioni. Essi restano segni del Regno, che è vicino, ma non è ancora realizzato. Sono segni del Regno perché manifestano, quasi a modo di fuggitivi barlumi, quale sia il destino ultimo dell’uomo e di questo mondo. Un destino che, se rimane sempre incompiuto nella storia dell’umanità, pure è promesso come "un nuovo cielo e una nuova terra" (Ap 21,1).
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Un dono
che fonda
la speranza
Il grande miracolo è la risurrezione, ma questa – come tutti gli altri miracoli di Gesù, che la precedono e la prefigurano – non significa che la croce è tolta, o che Dio abbia abbandonato il rischio e la debolezza dell’amore, per sostituirvi la sicurezza della potenza. Significa, al contrario, che la potenza vittoriosa di Dio è nascosta nella debolezza della croce, la cui accoglienza è il passaggio obbligato della speranza.
Infine, i miracoli evangelici sottolineano il principio della grazia, che è una caratteristica costante dell’azione salvifica di Dio. Significano che, in definitiva, soltanto Dio può aiutare il mondo nel bisogno e nella caducità derivati dal peccato. I miracoli di Gesù sono uno scandalo per chi si affida esclusivamente al lavoro delle proprie mani per costruire il proprio futuro. Ma per chi è disposto a credere sono una ragione di speranza. Risanando ciechi, storpi e muti, risuscitando i morti, cacciando i demoni, Gesù rivela che la potenza di Dio è già all’opera per compiere ciò che all’uomo non è possibile.
I miracoli dicono che il regno di Dio, promesso e vicino, sarà anche la liberazione dell’uomo da tutti i limiti inerenti alla sua condizione umana.
Segni del mistero
di Gesù
I Vangeli sinottici preferiscono parlare dei miracoli in rapporto al regno di Dio. Il Vangelo di Giovanni, invece, preferisce parlarne in rapporto alla persona di Gesù. Nella storia di Gesù, fino alla sua passione, un ruolo decisivo è svolto da quelle che Gesù stesso chiama le sue "opere": accolte dagli altri come "segni", esse svelano progressivamente, in forma simbolica, la gloria del Figlio unigenito (Gv 1,14).
I miracoli, i "segni" sono i momenti anticipatori, luminosi, in cui il velo viene sollevato per mostrare più chiaramente la gloria nascosta nell’umanità di Gesù (Gv 2,11). Per indicare questa gloria, il quarto Vangelo usa molte espressioni: luce, vita, grazia e verità, essere inviato dal Padre, e altre ancora. Sono tutte parole che si riferiscono al mistero di Gesù, alla sua figliolanza divina e all’incredibile dono d’amore per noi che essa nasconde.
Ma i segni lasciano il posto alla realtà, alla manifestazione piena della gloria, quando giunge l’"ora" di Gesù. Nella croce-risurrezione sono apparsi, da un lato, l’amore di Gesù per il Padre, la sua totale obbedienza e la sua completa sottomissione (Gv 8,28-29); dall’altro, l’incondizionata disponibilità di Gesù a divenire il luogo in cui l’amore del Padre per gli uomini ha potuto manifestarsi in tutta la sua sorprendente profondità (Gv 3,16-17). È in questa duplice donazione che Gesù appare come il Figlio, nel quale percepiamo la perfetta presenza del Padre: questa è la "gloria" dell’Unigenito. Lo scopo dei miracoli è di aiutare i credenti a intuire qualcosa di questo profondo mistero dell’amore di Dio (Gv 14,11).
I miracoli
non bastano
Tracce del Regno e appelli alla fede, i miracoli possono, però, essere compresi in modo scorretto. E un rischio abbastanza facile. Se ne sono preoccupati gli stessi evangelisti, che pure parlano con entusiasmo dei miracoli di Gesù e dei futuri miracoli dei discepoli.
L’evangelista Marco è convinto che i miracoli possono avviare il processo della fede, ma è altrettanto convinto che per giungere alla fede piena occorre passare attraverso il silenzio della croce, dove i miracoli scompaiono: "Ha salvato altri, non può salvare se stesso!" (Mc 15,31). Alla richiesta dei farisei di "un segno dal cielo", Gesù oppone un rifiuto categorico e irritato: "E lasciatili, risali sulla barca" (Mc 8,11-13). I farisei chiedevano un miracolo più grandioso, convincente, in grado di provare in modo irrefutabile l’origine di Gesù. Ma Gesù non intende provare la sua messianicità per tale via e in tale modo. E, nel discorso escatologico, si legge con qualche sorpresa: "Sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno segni e portenti per ingannare" (Mc 13,22). Nel riportare queste parole, probabilmente, Marco vuole rimproverare certuni che troppo ingenuamente si affidavano a segni e prodigi: come credenziali, da soli non bastano.
Anche l’evangelista Giovanni riconosce che i miracoli di Gesù sono i segni che ne rivelano la gloria: "Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui" (Gv 2,11). Tuttavia conclude il suo Vangelo con una beatitudine sorprendente: "Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!" (Gv 20,29). Ricorda, inoltre, che Gesù non si fidava di una fede che poggiava esclusivamente, o troppo, sui miracoli: "Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome. Gesù però non si confidava con loro" (Gv 2,23-24). Infine, unico fra gli evangelisti, riporta un esplicito rimprovero di Gesù: "Se non vedete segni e prodigi, voi non credete!" (Gv 4,48).
Il miracolo evangelico non è sempre ciò che noi intendiamo per miracolo. È un fatto religioso, che non privilegia la straordinarietà, ma la capacità di significare. E il cuore della fede non è la sete dei miracoli, ma il desiderio di conoscere Gesù Cristo.
Realtà storica
dei miracoli
Ci resta una domanda: i miracoli di Gesù sono storici? La questione è importante per la stessa fede. Essi sono troppo al centro della vicenda di Gesù per non minarne la credibilità se dovessero essere riconosciuti come un’invenzione della comunità cristiana.
Prima però di entrare nel confronto con la storicità dei miracoli, occorre liberarsi da ogni pregiudizio antistorico, che può nascere in chi ha già deciso in cuor suo di rispondere di no a Gesù. Accadeva anche al suo tempo; fra i testimoni oculari non mancavano coloro che per negare la fede in lui interpretavano i suoi gesti nel m odo più arbitrario: "Costui scaccia i demòni in nome di Beelzebùl, principe dei demòni!" (Mt 12,24).
Occorre dunque un atteggiamento di lealtà. Chi lo assume non può non condividere quanto pensano comunemente gli studiosi: è inverosimile l’ipotesi che i miracoli evangelici siano semplicemente il prodotto della fantasia devota della comunità delle origini, preoccupata di accrescere la gloria di Gesù.
Un primo dato favorevole alla sostanziale storicità dei racconti evangelici di miracoli è l’antichità e l’universalità della loro tradizione. I miracoli appartengono alla prima predicazione e sono presenti in tutti i filoni del Nuovo Testamento.
Un secondo dato è il fatto che i miracoli di Gesù sono ammessi sia dalla testimonianza cristiana sia dalle testimonianze ebraiche. Nessuna polemica sull’esistenza dei prodigi di Gesù, ma solo sulla loro interpretazione: opera di Dio o di satana (Mc 3,22-27)? La polemica ebraica avrebbe avuto tutto l’interesse a negare i fatti. Invece leggiamo nel Talmud: "Nel giorno precedente la Pasqua è stato giustiziato Gesù di Nazareth. Quaranta giorni prima passò un nunzio ad annunciare: egli va lapidato perché ha operato magia, corrompendo e facendo deviare Israele; chi ha una giustificazione in suo favore si presenti e la esponga; ma non si trovò nessuna giustificazione e così lo si giustiziò il giorno precedente la Pasqua" (Talmud babilonese, Sanhedrin, 43a).
Un terzo dato, infine, ci è offerto dalle caratteristiche stesse dei miracoli di Gesù, che acquistano tutto il loro valore se confrontati con le raccolte di prodigi dei santuari pagani, con i racconti dei rabbini o con quelli dei vangeli apocrifi. I miracoli evangelici colpiscono per la loro verosimiglianza, per la loro semplicità e sobrietà: nessun cedimento al gusto del meraviglioso e alla curiosità. Non sono mai fine a se stessi, ma sempre compiuti per un fine religioso e a servizio di un messaggio. Tralasciano gli aspetti spettacolari per attirare l’attenzione sul senso religioso. Gesù ha sempre rifiutato di fare miracoli allorché potevano servire alla sua sicurezza personale o a far colpo.
La certezza complessiva sul fatto che Gesù fece dei miracoli lascia però aperti problemi storici a proposito di singoli episodi. Infatti, la preoccupazione che sta alla base del racconto dei Vangeli non è di descrivere a modo di cronaca come sono andate le cose, ma è piuttosto di riproporre i gesti di Gesù con la preoccupazione di farne emergere il significato, il messaggio che portano con sé. La forma letteraria, l’ambientazione e singoli particolari dei racconti possono essere alle volte suggeriti dall’annuncio evangelico e dalla catechesi.

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