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CATECHISMO DEI GIOVANI
Venite e vedrete

Catechismo dei Giovani

Venite e vedrete
Parlava loro in parabole


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Le parabole sono, fra gli insegnamenti di Gesù, quelli che oggi più facilmente ricordiamo e magari consideriamo più facili. In realtà, non è sempre così ed è possibile illuderci di aver capito una parabola, mentre invece ce ne sfugge il messaggio profondo.
Per parlare del mistero
Del regno di Dio possiamo parlare solo mediante paragoni presi dalla nostra vita. La forma della parabola consente di proporre indirettamente una verità senza enunciarla a chiare lettere. Proprio per questo essa è particolarmente indicata per parlare di quell’avvenimento misterioso che Gesù annuncia – l’avvento del regno di Dio –, che per natura sua non consente una descrizione chiara ed esaustiva e sfugge a ogni tentativo di delinearne con precisione i contorni.
Le immagini capaci di suggerire cosa sia o, meglio, come accade il regno di Dio sono offerte da avvenimenti quotidiani, appartenenti all’esperienza comune: un amministratore che falsifica le fatture, un samaritano che si ferma a curare un giudeo, un padrone che paga lo stesso salario sia per una giornata di lavoro sia per un’ora sola, un padre che accoglie il figlio che ritorna a casa.
Le parabole sono uno strumento di dialogo. Gesù vi ricorre per provocare un cambiamento di posizione: condurre cioè gli ascoltatori da un modo di vedere a un altro, dal loro modo di pensare al suo. Il carattere solo allusivo della parabola costringe l’ascoltatore a una riflessione personale, perché ne possa comprendere il senso; costringe l’ascoltatore, quanto meno, a interrogare ancora Gesù, perché egli stesso illumini il cammino ulteriore. E in rapporto a questo cammino ulteriore gli ascoltatori di Gesù si dividono e lo fanno in base alla disponibilità o meno a procedere oltre. Per comprendere le parabole occorre essere disposti a convertirsi.
Una risposta alle obiezioni
Il linguaggio della parabola ha un’intrinseca congenialità con il messaggio che Gesù vuole trasmettere. Per questo egli propone parabole nelle occasioni più diverse e per esprimere molteplici aspetti del suo unico messaggio. Tuttavia ci fu un periodo nella predicazione di Gesù in cui la parabola divenne, in un certo senso, la forma quasi obbligata del suo discorso pubblico: "Senza parabole non parlava loro; ma in privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa" (Mc 4,34). E soprattutto in questo periodo che vanno collocate le cosiddette "parabole del Regno", che propongono tutte, ma da aspetti differenti, la stessa verità: è ora che ciascuno scelga se vuole essere con Gesù o contro di lui.
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CCC n. 546CdA nn. 125
È l’ora in cui Gesù si sottrae alle attese sbagliate, suscitate dalla notizia che egli compie miracoli. E già sotto questo profilo Gesù delude le folle. È anche l’ora in cui la classe dirigente di Gerusalemme comincia a interessarsi a lui, preoccupata di questo maestro di Galilea, e manda degli inquisitori per interrogarlo. Alla gente comune la disapprovazione dell’autorità pare quasi una smentita alle pretese di Gesù. Molti restano perplessi: è mai possibile – si chiedono – che il regno di Dio stia per giungere e che si realizzi ora la lunga speranza di Israele e proprio per mezzo di questo rabbi, figlio del falegname che tutti conoscono e di cui si conosce la parentela? come può pretendere di essere riconosciuto Messia chi sfugge alle attese del popolo ed è addirittura sconfessato dall’autorità religiosa? quando il regno di Dio verrà, non dovrà imporsi in maniera travolgente anche ai suoi nemici?
Le parabole del Regno intendono rispondere a queste obiezioni, latenti o espresse.
Un Dio diverso
dai nostri schemi
Gesù racconta che il regno di Dio è come il seme che, sparso per la campagna, è preda di uccelli, è calpestato dai passanti, è impedito di crescere da pietre e rovi selvatici. Ma tutto questo non impedisce che la piccola parte di seme caduto nel terreno buono dia frutto, un frutto tale da compensare abbondantemente il molto seme perduto (Mc 4,1-20).
La presenza del regno di Dio deve essere paragonata a un seme, piccolo e trascurabile, quasi dimenticato nel seno della terra, eppure attivo e destinato a produrre frutto, secondo tempi fissati da Dio, al di là dello zelo dell’uomo e delle sue possibilità di accelerarne o ritardarne lo sviluppo: "Dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce" (Mc 4,27).
Il regno di Dio è paragonabile a un granello di senape (Mc 4,30-32): un seme talmente piccolo da sembrare trascurabile, come appunto sembra trascurabile il ministero di Gesù, un ministero che suscita sconcerto vista la modestia delle sue apparenze e la grandiosità delle sue pretese. E tuttavia il Regno, che è davvero realtà grandiosa, è presente in questo piccolo seme, cioè nella vita e nella predicazione di Gesù, come lo sarà poi nella predicazione e nella vita della comunità cristiana.
La presenza del Regno in mezzo agli uomini – che si identifica con la presenza di Gesù – è per il momento come un pizzico di lievito nell’impasto, prima che esso fermenti: nulla è cambiato apparentemente, tutto sembra continuare come prima, e tuttavia occorre credere che tutto cambierà. Quando e come, solo Dio lo sa (Mt 13,33).
La parabola del grano e della zizzania (Mt 13,24-3036-43) è rivolta a tutti coloro che si scandalizzano della pazienza di Dio, del suo modo di agire stranamente tollerante. Dio non dovrebbe governare il mondo e instaurare il suo regno con criteri più netti? Al tempo di Gesù c’era il movimento fariseo, che pretendeva essere il popolo santo, separato dalla moltitudine dei peccatori. E c’erano gruppi di uomini, simili a monaci, che si ritiravano nella solitudine del deserto a vivere in rigida santità, rifiutando tutti coloro che erano ritenuti impuri. E c’era lo stesso Giovanni Battista, che annunciava il Messia come colui che avrebbe – finalmente! – separato il grano e la pula (Mt 3,12). Gesù viene e sembra fare il contrario. Non si separa dai peccatori ma cerca la loro compagnia, non li abbandona ma li perdona. Si comprende a questo punto tutta la forza polemica della parabola. C’è un netto contrasto fra la politica di Dio – paziente e tollerante – e l’intollerante rigidezza dei molti suoi servi. Con il suo agire di tolleranza e di perdono Gesù, vuole mostrare a tutti come Dio costruisce il suo regno.
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