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CATECHISMO DEI GIOVANI
Venite e vedrete

Catechismo dei Giovani

Venite e vedrete
Credete al Vangelo


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Gesù ha fatto dell’annuncio del regno di Dio il centro della sua missione. Secondo l’evangelista Marco le prime parole che egli pronuncia sono: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo" (Mc 1,15). La costruzione di questo annuncio di Gesù, che possiamo considerare come un riassunto dell’intero Vangelo, è molto accurata. L’accento cade sull’evento, che precede la conversione e la fede e costituisce il nucleo dell’originalità cristiana.
Ma che cosa significa di preciso che il regno di Dio si è fatto vicino? Per rispondere occorre tener conto di tutto il Vangelo: non solo delle parole di Gesù, ma anche della sua persona e della sua vita.
di Gesù
Il Regno giunge nella persona
di Gesù
L’espressione regno di Dio affonda le sue radici nell’Antico Testamento e nella religiosità ebraica dei secoli più vicini: indica l’azione regale di Dio, la sua giustizia e il suo amore, il suo intervento salvifico, definitivo e risolutore. In questo senso "regno di Dio" esprime l’attesa dei profeti e del popolo di Israele.
L’annuncio di Gesù si colloca sullo sfondo di queste attese, ma contemporaneamente se ne distacca. A differenza della speranza ebraica che parlava al futuro, Gesù dice che l’ora messianica è arrivata, è qui nelle sue parole e nella sua azione. Per questo l’annuncio di Gesù ha un tono di gioia e insieme di urgenza.
E poi, l’annuncio di Gesù, come mostra l’intero Vangelo, è rivolto a tutti e accentua la misericordia. Gesù annuncia il Regno anche per tutti coloro che erano comunemente ritenuti ai margini della gioia messianica: i poveri, i peccatori, i piccoli, gli stranieri. Anche nella concezione ebraica l’avvento di Dio non era privo di misericordia, tuttavia era più accentuato il giudizio, e in ogni caso il perdono era per i giusti. La predicazione e il comportamento di Gesù, che egli stesso indica come espressione o specchio dell’azione di Dio (Lc 15), sono caratterizzati dalla ricerca degli esclusi, a cominciare dai peccatori. Tutto questo ha suscitato conflitto e opposizione. Rivela, infatti, un volto nuovo di Dio.
Comprendiamo, a questo punto, che l’annuncio del Regno da parte di Gesù è profondamente ancorato alle attese dell’ebraismo, ma la nota di urgenza, di universalità e di misericordia lo rendono originale. Soprattutto è sorprendente il fatto che Gesù non si presenta come un semplice profeta che annuncia l’avvento di Dio, bensì lo annuncia arrivato nella sua persona, nella sua parola e nella sua attività.
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Realtà
presente e futura
Il Regno annunciato e inaugurato da Gesù è una realtà al tempo stesso presente e futura. Interrogato dai farisei: "Quando verrà il regno di Dio?", Gesù risponde: "Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui o eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!" (Lc 17,20-21). Il Regno è presente nel nostro mondo e nella nostra storia, ma è presente come un seme. La sua pienezza è nel futuro, tanto che la Chiesa prega sempre: "Venga il tuo regno" (Mt 6,10).
Il Regno è reale e operante, ma non è appariscente come le realtà mondane, né localizzabile. Non possiamo disporne come se fosse nostro, né possiamo costruirlo con le nostre forze. Lo possiamo soltanto accogliere come un dono di Dio.
La lieta notizia
dell’evento
dell’amore di Dio
Marco definisce l’annuncio del Regno un vangelo, cioè una lieta notizia. E difatti lo è, perché si tratta essenzialmente della manifestazione dell’amore di Dio per l’uomo, un amore inaspettato, al di là delle attese. L’essenza del vangelo è una rivelazione di chi è Dio per l’uomo e di chi è l’uomo per Dio. Di qui un duplice stupore: che Dio ami così tanto l’uomo e che l’uomo sia così tanto importante per Dio. La prima reazione di chi ascolta l’annuncio di Gesù, o lo vede incarnato nella vita della Chiesa, è normalmente lo stupore. Gli evangelisti lo annotano frequentemente. E la prima domanda che dovrebbe spontaneamente porsi chi è raggiunto dalla notizia del Regno non è: che cosa devo fare? quali sono le sue esigenze? Bensì: ma è proprio vero?
Ma lo stupore scompare, se il vangelo viene ridotto a una serie di idee su Dio, su Cristo, sull’uomo, lasciando in ombra che, invece, è in primo luogo un avvenimento. Tutte le religioni insegnano che Dio ama l’uomo. Ma solo il cristianesimo annuncia che il Figlio di Dio si è fatto uomo. Il centro della fede è un evento.
Lo stupore viene meno anche quando il vangelo è ridotto a morale. Staccata dal gesto salvifico di Dio che la suscita e la giustifica, la morale si trasforma fatalmente in una serie di precetti, il cui scopo è solo di indicare come eseguire la volontà di Dio; quasi un prezzo da pagare alla sua sovranità e non invece una legge a favore dell’uomo, e quindi un dono. È questa la mentalità degli operai della prima ora, che non accettano che gli ultimi siano pagati come loro (Mt 20,1-16), o la mentalità del figlio maggiore, che non comprende la festa del padre per il ritorno del figlio minore (Lc 15,11-32). Ed è la mentalità di molti cristiani, che ritengono un peso, anziché una gioia, il lavoro nella vigna e lo stare nella casa del padre. Per loro il cristianesimo non è più lieta notizia, ma un semplice dovere. In quest’ottica la salvezza non è più un dono, ma una conquista.
Infine, si priva il vangelo del suo carattere lieto, anche quando lo si appiattisce sul buon senso dell’uomo (Mt 19,16-22), indebolendo la sua nativa paradossalità e la sua carica di rinnovamento.
Convertirsi
per essere
liberi
Proprio perché la venuta del Regno rivela un volto sorprendente di Dio e dell’uomo, ne segue la necessità – da parte di chi lo accoglie – di un radicale cambiamento, che è insieme un capovolgimento della propria mentalità e del proprio agire, una conversione; un credere vero l’annuncio dell’evento e un affidarsi a quello stesso evento.
La conversione è la risposta a un annuncio che allarga il cuore dell’uomo: in Gesù è apparso in tutta la sua profondità l’incredibile e sorprendente amore di Dio verso di noi, verso l’uomo, ogni uomo. E questo l’annuncio da accettare, del quale fidarsi e sul quale modellarsi.
Convertirsi è sempre prendere coscienza della situazione di infedeltà nei confronti di Dio e, quindi, di una situazione di peccato, insuperabile con le sole forze umane. Convertirsi significa volgersi verso Dio anziché verso noi stessi, accogliere e vivere la sua Parola, vendere la propria sapienza per scegliere e fidarci della sapienza di Dio; scambiare ciò che si possiede, che è ben poco, con una ricchezza alternativa, con un tesoro prezioso, anche se nascosto (Mt 13,44-46). È un tesoro che non è possibile accumulare con le sole nostre forze, ma che può venire concesso dalla misericordia e dal perdono di Dio.
Tutto questo è la conversione, come mostra il racconto della chiamata dei primi discepoli (Mc 1,16-20). Conversione e fede qui non significano un parziale cambiamento, ma un vero e proprio passaggio, senza calcolarne le conseguenze, dall’egoismo all’amore, dalla difesa di sé al dono di sé.
Tutto questo esige un duro distacco, tanto che il Vangelo racconta che i primi discepoli hanno lasciato la famiglia e il lavoro. Abbandonare il mestiere e la famiglia è come sradicarsi. Tuttavia, anche questo distacco è una lieta notizia, perché si tratta di un distacco per una concentrazione, cioè per una libertà. Il discepolo lascia perché ha trovato, come l’uomo della parabola che con gioia vende tutti i suoi averi per entrare in possesso di un tesoro (Mt 13,44).
Fondamento
di una comunità
L’accoglienza del Regno converte le persone e le aggrega, generando una comunità. Questa si incammina – insieme a Gesù – su una strada che la porta a capire in profondità l’evento che ha accolto e che l’ha generata; inoltre, la conduce a diventare, a sua volta, annunciatrice di quell’evento: "Vi farò diventare pescatori di uomini" (Mc 1,17).
Questa è la logica intima della venuta del Regno: il suo incontro attraverso l’annuncio converte e crea una comunità che a sua volta l’annuncia. È il percorso della missione.

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