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CATECHISMO DEI GIOVANI
Io ho scelto voi

Catechismo dei Giovani

Io ho scelto voi
Lievito e sale del mondo


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Il cristiano nel mondo si trova ogni giorno provocato da situazioni e bisogni concreti che sollecitano la sua decisione.
Da una parte sentiamo che il lavoro è necessario per aiutarci ad esprimere e a far crescere certe nostre capacità e, insieme, per acquisire un giusto guadagno che permetta di vivere serenamente. Siamo così impegnati nello studio in vista di una professione. Ci appare poi di fondamentale importanza poter disporre di beni e di denaro, per superare ogni forma di dipendenza e godere di autonomia, e anche per avere del tempo libero da dedicare al riposo, alla festa. È inoltre inevitabile imbattersi in una serie di questioni sociali, che spingono a pronunciarsi e a partecipare. In una parola, il quotidiano e la storia ci occupano e ci preoccupano.
D’altra parte il cristiano crede e spera in realtà che ancora non si sono pienamente manifestate in questo mondo. Spera in una libertà e in una giustizia profonde, in un amore che possa esprimersi senza limitazioni e in una pace non precaria. Spera, in base alla promessa di Dio, in una realizzazione di sé completa sotto tutti gli aspetti.
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La vita cristiana dentro il mondo è quindi carica di tensioni, contesa com’è tra gli impegni e i bisogni che la situazione sollecita e i valori definitivi in cui spera e dei quali occorre già pregustare i segni. La tentazione costante è di eliminare la fatica che questa tensione comporta. Così alcuni cristiani della comunità di Tessalonica, che credevano ormai vicino il mondo nuovo, disdegnavano il lavoro e l’impegno, e vivevano di sogni, facendo gravare sugli altri il peso del loro sostentamento. L’apostolo Paolo si mostra indignato contro di loro e pone in risalto come questo comportamento non sia conforme alle esigenze della vita cristiana: «Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione. A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace» (2 Tessalonicesi 3,11-12).
Il desiderio non immediatamente adempiuto che il mondo sia diverso, che il lavoro e la scuola abbiano subito un aspetto più umano, che i rapporti sociali manifestino il volto della solidarietà, non deve portare al rifiuto di queste realtà, al disinteresse verso questi impegni o all’attesa passiva che altri risolvano i problemi per noi. Fuggire dalla realtà, perché essa è dura e presenta lati oscuri, non aiuta né la maturazione personale né la trasformazione sociale. Il cristiano sa che il progetto di Dio gli chiede di prendere parte attiva, con fatica, agli impegni che la storia gli pone dinanzi.
Viceversa, è sempre possibile che il cristiano, immergendosi nei doveri d’ogni giorno e nei problemi del sociale, dimentichi di orientare la propria vita ai grandi beni in cui spera e che è chiamato ad edificare. Allora il lavoro e la scuola, l’ideale professionale e la posizione sociale, la possibilità di guadagno e la stessa azione politica possono diventare piccoli idoli, per cui si è disposti a sacrificare tutto. Paolo mette in guardia da questo pericolo i cristiani di Corinto, ricordando loro: «Il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!» (1 Corinzi 7,29-31).
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È necessario che il cristiano non si adagi nel mondo e non si lasci prendere completamente dalle sue preoccupazioni. Egli deve aver chiare davanti a sé le grandi realtà in cui spera. Per la loro costruzione si impegna e si dedica. La sua presenza nel mondo del lavoro e della scuola, l’uso dei beni e le possibilità culturali diventano luoghi e strumenti da assumere perché fioriscano sempre nuovi spazi di speranza, una maggiore giustizia e i segni della pace. Il cristiano nel mondo vive la parabola del lievito e del sale (Matteo 5,13-16): si immerge in tutte le realtà e gli impegni, per far lievitare la novità e dare a tutto il sapore che proviene dalla giustizia di Dio.
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IL “VANGELO DEL LAVORO”
È importante recuperare il senso umano dell’attività dell’uomo nella trasformazione del mondo alla luce del disegno di Dio sulla storia. È quanto ci aiuta a fare Giovanni Paolo II nell’enciclica dedicata ai problemi del lavoro.
«L’uomo, creato a immagine di Dio, mediante il suo lavoro partecipa all’opera del Creatore, ed a misura delle proprie possibilità, in un certo senso, continua a svilupparla e la completa, avanzando sempre più nella scoperta delle risorse e dei valori racchiusi in tutto quanto il creato. Questa verità noi troviamo giù all’inizio stesso della Sacra Scrittura, nel libro della Genesi, dove l’opera stessa della creazione è presentata nella forma di un “lavoro” compiuto da Dio durante i “sei giorni”, per “riposare” il settimo giorno... Questa descrizione della creazione, che troviamo già nel primo capitolo del libro della Genesi è, al tempo stesso, in un certo senso il primo “Vangelo del lavoro”. Essa dimostra, infatti, in che cosa consista la sua dignità: insegna che l’uomo lavorando deve imitare Dio, suo Creatore, perché porta in sé – egli solo – il singolare elemento della somiglianza con lui. L’uomo deve imitare Dio sia lavorando come pure riposando, dato che Dio stesso ha voluto presentargli la propria opera creatrice sotto la forma del lavoro e del riposo... La coscienza che il lavoro umano sia una partecipazione all’opera di Dio, deve permeare – come insegna il Concilio – anche le “ordinarie attività quotidiane. Gli uomini e le donne, infatti, che per procurarsi il sostentamento per sé e per la famiglia, esercitano le proprie attività così da prestare anche conveniente servizio alla società, possono a buon diritto ritenere che col loro lavoro essi prolungano l’opera del Creatore, si rendono utili ai propri fratelli e danno un contributo personale alla realizzazione del piano provvidenziale di Dio nella storia” (Gaudium et spes, 34)». (Laborem exercens, 25)

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