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CATECHISMO DEI GIOVANI
Io ho scelto voi

Catechismo dei Giovani

Io ho scelto voi
Cercare il diritto e la giustizia


La consapevolezza che la fedeltà a Dio esige la pratica della giustizia si fa sconvolgente parola di appello e di denuncia sulla bocca del profeta Amos.
Siamo durante il regno di Geroboamo II (783-743 a.C.), tempo di sviluppo economico e di prosperità materiale per Israele. Ma il benessere è di pochi. Una classe di ricchi proprietari terrieri fa la propria fortuna sulle spalle dei ceti più deboli e poveri. La potenza dei ricchi influenza anche la pratica della giustizia nei tribunali, così che i più poveri non trovano chi difenda i loro diritti. La corruzione diventa strumento abituale nella corsa alla ricchezza. Nei rapporti economici si fa uso indiscriminato della menzogna e della frode.
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Accanto a queste palesi ingiustizie trionfa però la coscienza di essere il popolo “eletto” da Dio, e in questa elezione si vuol vedere una sorta di garanzia della sua protezione in ogni caso, qualunque sia il comportamento del popolo. Si moltiplicano i pellegrinaggi, le feste e le celebrazioni nei luoghi di culto; ma si tratta, più che altro, di espressioni di potenza e di presunzione, non di fede.
Dentro una società in cui si manifestano squilibri sociali e incoerenze nella vita religiosa, il profeta fa penetrare la sua parola tagliente come una spada. Ricorda che, se Dio ha eletto il popolo, è perché si aspetta da esso un particolare impegno nel bene. Di fronte all’ingiustizia, l’elezione diventa giudizio e castigo.
«Soltanto voi ho eletto
fra tutte le stirpi della terra;
perciò io vi farò scontare
tutte le vostre iniquità»
Amos invita, con tono ironico e sferzante, a continuare le pratiche del culto, ma ammonisce che Dio detesta tutte queste cose, perché nel paese non è più rispettato il diritto e non è più praticata la giustizia.
«Andate pure a Betel e peccate!
A Gàlgala e peccate ancora di più!
Offrite ogni mattina i vostri sacrifici
e ogni tre giorni le vostre decime.
Offrite anche sacrifici di grazie con lievito
e proclamate ad alta voce le offerte spontanee
perché così vi piace di fare, o Israeliti,
dice il Signore.
Io detesto, respingo le vostre feste
e non gradisco le vostre riunioni;
anche se voi mi offrite olocausti,
io non gradisco i vostri doni
e le vittime grasse come pacificazione
io non le guardo.
Lontano da me il frastuono dei tuoi canti:
il suono delle tue arpe non posso sentirlo!
Piuttosto scorra come acqua il diritto
e la giustizia come un torrente perenne»
(Amos 4,4-55,21-24).
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Consapevole che non c’è Dio dove non esistono rapporti giusti e veritieri tra gli uomini e dove non sono riconosciute le esigenze di vita dei poveri, il profeta lancia accuse e minacce tremende contro gli oppressori. Si scaglia contro il lusso e la ricchezza sfrenata e avida.
«Guai agli spensierati di Sion
e a quelli che si considerano sicuri
sulla montagna di Samaria!
Essi su letti d’avorio
e sdraiati sui loro divani
mangiano gli agnelli del gregge
e i vitelli cresciuti nella stalla.
Canterellano al suono dell’arpa,
si pareggiano a David negli strumenti musicali;
bevono il vino in larghe coppe
e si ungono con gli unguenti più raffinati,
ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano.
Perciò andranno in esilio
in testa ai deportati
e cesserà l’orgia dei buontemponi»
Amos denuncia coloro che compiono parzialità e ingiustizie nei tribunali, dove i deboli non trovano ascolto.
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«Essi sono oppressori del giusto,
incettatori di ricompense
e respingono i poveri nel tribunale.
Perciò il prudente in questo tempo tacerà,
perché sarà un tempo di sventura»
Il profeta porta alla luce le frodi messe in atto nei rapporti economici. Con forza ed irruenza grida che ogni ingiustizia è venire meno alla fedeltà di Dio.
«Ascoltate questo, voi che calpestate il povero
e sterminate gli umili del paese,
voi che dite: “Quando sarà passato il novilunio
e si potrà vendere il grano?
E il sabato, perché si possa smerciare il frumento,
diminuendo le misure e aumentando il siclo
e usando bilance false,
per comprare con denaro gli indigenti
e il povero per un paio di sandali?
Venderemo anche lo scarto del grano”.
Il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe:
certo non dimenticherò mai le loro opere»
Ritrovare il volto di Dio, convertirsi a lui, significa cercare il bene, non il male. È possibile una vita piena, quale Dio vuole donare agli uomini, solo ristabilendo e rinsaldando nuovi rapporti di giustizia e di fraternità, secondo le esigenze divine.
«Cercate il bene e non il male,
se volete vivere,
e così il Signore, Dio degli eserciti,
sia con voi, come voi dite.
Odiate il male e amate il bene
e ristabilite nei tribunali il diritto;
forse il Signore, Dio degli eserciti,
avrà pietà del resto di Giuseppe»
(Amos 5,14-15).
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Chi si farà portatore della giustizia di Dio, così da fare del mondo la casa della fraternità, il luogo dove le cose necessarie alla vita vengono equamente distribuite e condivise, dove i diritti fondamentali di ciascuno sono riconosciuti, l’attenzione premurosa va verso i poveri, gli indifesi, gli esclusi dal banchetto della vita?
La via dell’esperienza, guidata dalla preghiera d’Israele
e dalla voce dei profeti, apre nuovi orizzonti alla nostra
esistenza. Ma l’interrogativo rimane: qual è l’uomo
capace di portare a compimento il disegno divino
sulla creazione? chi ci donerà la giustizia di Dio
e ci darà la forza di viverla pienamente?

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