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CATECHISMO DEI GIOVANI
Io ho scelto voi

Catechismo dei Giovani

Io ho scelto voi
Lo stile di una vita nuova nel rapporto uomo-donna


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La comunione nell’amore, che Gesù ha reso visibile nella Chiesa, deve diventare uno stile di vita che incide in tutti i rapporti sociali. Così, la naturale attrattiva tra uomo e donna, che abbiamo visto carica di possibilità, ma anche sempre esposta al pericolo di deviazioni e sopraffazioni, riceve, in questa prospettiva, una destinazione più alta e insperata.
È quanto Paolo suggerisce, mostrando come il rapporto pieno e stabile tra l’uomo e la donna sia chiamato a diventare, nel matrimonio, il segno visibile dell’unione tra Cristo e la Chiesa (Efesini 5,25-32). E un mistero grande questo; è la mèta di un lungo e paziente cammino, nutrito di rispetto, di dono reciproco, di comprensione e di vicendevole aiuto nella crescita, che deve accompagnare il sorgere e il maturare dell’amore; un cammino, soprattutto, sostenuto dall’amore stesso di Dio.
C’è una silenziosa chiamata di Dio nell’essere uomo o donna e nell’incontro che da questa diversità può scaturire. È una chiamata che la Bibbia rivela fin dalle sue prime pagine, con un linguaggio apparentemente ingenuo, ma carico di significati profondi, che tante generazioni di uomini e di donne hanno sperimentato e ripensato (Genesi 2,18-25). Le energie fisiche, affettive e spirituali, che si destano e si mettono in moto nell’incontro uomo-donna, vale la pena di misurarle su questo progetto, che tende a sviluppare personalità mature e capaci di un effettivo e gioioso dono di sé.
«Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile» (Genesi 2,18): l’attrattiva che si stabilisce tra l’uomo e la donna è un primo appello divino perché si esca dalla solitudine. La solitudine è come essere senza nome e senza volto. Nella solitudine, imposta o egoisticamente voluta, noi non contiamo e non abbiamo valore per nessuno, e nessuno è interessante e importante per noi.
L’incontro tra un ragazzo e una ragazza libera dal disagio spersonalizzante della solitudine. Lo sguardo affettuoso dell’altro per me e di me per l’altro ci fa sentire come due mondi personali interessanti, carichi di energie e di valori. In questo si realizza il desiderio di Dio, che ci ha fatto persone aperte alla presenza dell’altro, alla comunicazione e all’amore.
Ma nessuno può nascondersi il pericolo insito nel bisogno e nell’attrattiva affettiva-sessuale: che prevalga cioè il bisogno istintivo sull’interesse per la persona. Allora l’incontro tra ragazzo e ragazza diventa povero e frustrante. Ciascuno dei due avverte, più o meno consciamente, che egli interessa all’altro solo come oggetto della pulsione sessuale; tutto il resto del suo mondo personale resta estraneo e non apprezzato. Si può così arrivare ad una strumentalizzazione reciproca della sessualità come soddisfazione del proprio bisogno e del proprio piacere. Ma questo ricaccia ciascuno in una solitudine più profonda di quella da cui si è cercato di uscire e allontana dal progetto di Dio, che non ci vuole egoisticamente chiusi nei nostri impulsi.
Per non rimanere in questa solitudine egoistica, Dio ci propone un lungo cammino di maturazione. Il racconto biblico ce lo svela in immagini: Dio fa scendere un sonno sull’uomo, da una sua costola plasma la donna e la conduce all’uomo, così come si offre un dono, perché egli l’accolga come tale (Genesi 2,21-22). Uomo e donna non solo sono parte della stessa umanità e hanno pari dignità, ma sono chiamati ad accogliersi nella loro diversità come un dono reciproco.
Essere disponibili all’accoglienza dell’altro è una strada impegnativa che esige tempi lunghi. Occorre permettere all’altro che si sveli, non soltanto nei suoi impulsi affettivi, ma anche nella sua storia, nel suo mondo interiore, nei suoi interessi e nei suoi progetti. Così gli si fa sentire che, pur nella fatica del confronto, lo si accetta nella concretezza dei suoi limiti e delle sue capacità come una persona significativa e importante per noi.
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Tanti incontri iniziati con entusiasmo emotivo si sono arenati e dissolti proprio di fronte alla fatica quotidiana del comprendersi e dell’accogliersi rispettosamente. Quanti invece accettano il lento cammino dell’accogliersi come dono, hanno la gioia di poter riconoscere l’altro e di sentirne la presenza come sempre più significativa per la propria vita. È la gioia che esplode nella spontaneità del primo canto biblico: «Essa è carne dalla mia carne e ossa dalle mie ossa» (Genesi 2,23). Questa persona è entrata nella mia esistenza ed è per me motivo di maturazione e di impegno di vita.
L’accoglienza comporta però anche la capacità di implicarsi nella vita dell’altro, di rischiare di entrar dentro il suo mondo e i suoi problemi per assumerli come parte di sé. È a questa solidarietà profonda che il progetto di Dio chiama: «i due saranno una sola carne» (Genesi 2,24), cioè una sola storia e una sola vita condivisa. Allenarsi a questa capacità di assunzione e di condivisione della vita dell’altro è un lavoro che domanda solidità interiore. È facile cadere nel pericolo di annullare l’altro decidendo per lui, oppure strumentalizzare per propri interessi la debolezza dell’altro. Solo la maturazione dell’apertura a volere il bene dell’altro e a volerlo con gratuità, senza secondi fini, può far sì che cresca un amore vero e significativo.
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L’ESPERIENZA DELL’AMORE
Il mistero dell’incontro tra l’uomo e la donna è inscritto nel disegno stesso di Dio, così che l’esperienza dell’amore vissuta nella sua autentica realtà diventa esperienza di Dio che è amore.
È quanto ricorda in questa lettera ai giovani il Papa Giovanni Paolo II.
«Dio ha creato l’essere umano uomo e donna, introducendo così nella storia dell’umanità una particolare “duplicità”, con una completa parità quanto alla dignità umana e con una meravigliosa complementarietà quanto alla divisione degli attributi, delle proprietà e dei compiti propri alla mascolinità e alla femminilità dell’essere umano... La giovinezza è quel periodo in cui questa grande realtà attraversa, nell’esperienza e nella creatività, l’anima e il corpo di ogni ragazzo e di ogni ragazza, e si manifesta nella sua intima coscienza insieme con la scoperta fondamentale del proprio “io”, in tutta la sua molteplice potenzialità. Allora, sull’orizzonte di un giovane cuore si delinea un’esperienza nuova: è questa l’esperienza dell’amore, che sin dall’inizio richiede di essere inscritta in quel progetto di vita, che la giovinezza crea e forma spontaneamente... In tutto questo è contenuta una forte esortazione a non falsare questa espressione, a non distruggere tale ricchezza e a non deturpare tale bellezza. Siate convinti che questo appello viene da Dio stesso, che ha creato l’uomo “a sua immagine e somiglianza” proprio “come uomo e donna”. Questo appello scaturisce dal Vangelo e si fa sentire nella voce delle giovani coscienze, se esse hanno conservato la loro semplicità e limpidezza: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”. Sì! Per mezzo di quell’amore che nasce in voi – e vuol essere inscritto nel progetto di tutta la vita – dovete vedere Dio che è amore». (Lettera ai giovani nell’anno internazionale della gioventù, 31.3.85, 10)

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