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CATECHISMO DEI GIOVANI
Io ho scelto voi

Catechismo dei Giovani

Io ho scelto voi
Gesù e il Padre


Cos’è che spinge Gesù ad instaurare con gli altri relazioni improntate ad austerità e tenerezza, e lo fa essere insieme disponibile ed esigente? Da che cosa è determinata questa sua sovrana sicurezza, che lo porta a superare anche l’angoscia paralizzante generata dalla minaccia della morte? Noi lo udiamo raccomandare ai suoi discepoli: «E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima» (Matteo 10,28). E a Dio che occorre guardare. A lui si deve affidare la vita e la morte, perché ci vuol bene, si prende cura di noi, conosce anche i capelli del nostro capo.
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Abbiamo forse già intuito il segreto di questa vita interamente dedicata all’amore: la totale fiducia filiale nel Padre. A lui Gesù si affida nella preghiera nei momenti decisivi della sua vicenda tra gli uomini (Luca 5,156,129,182822,41). Nella lingua del suo tempo, Gesù lo chiama con un appellativo straordinario ed unico, che i primi cristiani ci hanno conservato: «Abbà» (Marco 14,36). Nella famiglia ebraica era questa l’invocazione affettuosa con il quale un figlioletto si rivolgeva al proprio papà. Gesù condivide con gli ebrei suoi contemporanei l’abitudine liturgica di rivolgersi a Dio come Padre; ma nessuno prima di Gesù aveva osato chiamare Dio in tal modo: “Papà”.
Questo coraggio proviene a Gesù dalla consapevolezza della sua identità divina e della sua intima unione con il Padre: «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Giovanni 10,30). Egli così manifesta nella storia quel mistero profondo che lega il Padre, il Figlio e lo Spirito in una comunione di amore. Un giorno dirà: «Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite» (Giovanni 8,29). Il Padre è l’assoluto nella sua vita, un assoluto che inserisce i valori più sacri e gli affetti più cari in un orizzonte più vasto, capace di dare le giuste proporzioni ai rapporti con le cose e le persone.
È questo orizzonte che ci permette di penetrare nel mistero del rapporto particolarissimo vissuto da Gesù con i suoi familiari. L’evangelista Luca ce lo mostra adolescente, alla sua prima visita al tempio, mentre si distacca dai suoi e si ferma a parlare con i dottori della Legge, provocando angoscia in Maria e Giuseppe. Non è un gesto di indipendenza sconsiderata, perché poi tornerà con loro al paese in piena sottomissione fino all’età di trent’anni. Il segreto di un tale atteggiamento, inaspettatamente libero, l’evangelista lo colloca sulla sua bocca: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Luca 2,49).
Anche durante il suo ministero pubblico, quando alcuni suoi parenti tentano di riportarlo a casa perché lo considerano fuori di sé, non si lascia sviare dalla sua missione (Marco 3,21). E nel momento in cui i suoi vengono a visitarlo, prende l’occasione per proclamare: «Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre» (Marco 3,35). Egli non disprezza minimamente le relazioni familiari, eppure ha una missione che gli preme di più e che riempie la sua esistenza: quella di far conoscere l’amore del Padre, ricco di misericordia.
Proprio per questo amore che lo lega al Padre, perché egli forma con lui, nello Spirito, un’unità inscindibile, Gesù si sente libero di fronte alle realtà del mondo, capace di accostare tutti, anche gli esclusi, in grado di risanare la vita e di rinnovarla attraverso il perdono, non costretto né da autorità né da tradizioni umane, totalmente aperto all’amore anche di chi vuole la sua morte, fino a lasciarsi tradire da uno dei suoi e baciare da lui.
Di fronte ad una vita totalmente condotta nel segno dell’amore più gratuito, non si può non provare nostalgia nel riandare con la mente alla vicenda dei primi discepoli, che hanno avuto la fortuna di vivere con un simile maestro. Tuttavia non si può pensare che la storia di Gesù sia destinata a rimanere un malinconico, struggente ricordo. Egli stesso ha proclamato beati «quelli che pur non avendo visto crederanno» (Giovanni 20,29). Noi non lo abbiamo visto, eppure, ogni volta che ripercorriamo la sua vicenda, il cuore rimane afferrato da un ideale: poter vivere anche noi come suoi discepoli. Ma come è possibile superare la distanza di duemila anni di storia, entrare in relazione con lui e condividere anche noi il suo destino?
Egli ha promesso: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Matteo 18,20).
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AFFIDARSI AL PADRE
«Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano.
Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta». (Matteo 6,25-33)

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